Serie: Il Mistero del Potere, Articolo VI di XIII

Nel capitolo precedente abbiamo lasciato le corporazioni operative dei costruttori al tramonto del XIII secolo, custodi di un sapere tecnico trasmesso per cooptazione, in competizione silenziosa con le università che avevano trasformato la conoscenza in un titolo certificato. Quella contesa ebbe un vincitore apparente, l’universitas, e un convitato assente che nessuno dei due contendenti aveva ancora imparato a temere: Coloro che iniziarono a organizzare il denaro.

Qui vi racconterò come, nell’arco di poco più di un secolo e mezzo, tra il crollo delle grandi compagnie bancarie fiorentine (1343-1346) e l’affissione delle tesi di Wittenberg (1517), una nuova specie di élite abbia imparato a fare ciò che né la spada feudale né la tonaca ecclesiastica erano riusciti a fare con altrettanta efficienza ossia, comprare il sapere, ridefinirne il perimetro e usarlo come tecnologia di legittimazione. Il laboratorio di tale esperimento fu Firenze. Il suo prototipo fu la famiglia Medici. E il suo gesto più rivelatore non fu una battaglia né un’elezione, ma un ordine impartito da un banchiere morente a un giovane traduttore tra il 1462 e il 1463: Sospendi Platone e traducimi Ermete.

Ispirandoci sempre alla lente funzionale dichiarata nell’Articolo 0: non ci interessa stabilire se l’ermetismo rinascimentale contenesse verità metafisiche, ma comprendere quale lavoro politico e sociale ha svolto per chi lo finanziava.

I. Il secolo della cesura (1343-1430)

Per capire da dove esce il denaro che comprerà il Rinascimento bisogna partire da un fallimento. Anzi, dal più grande fallimento finanziario del Medioevo.

Nella prima metà del Trecento le compagnie fiorentine dei Bardi e dei Peruzzi erano le più potenti organizzazioni economiche d’Europa. Non semplici banche: conglomerati commerciali con filiali dall’Inghilterra al Levante, monopoli sul grano, controllo della finanza pontificia, prestiti alle corone. La loro esposizione verso Edoardo III d’Inghilterra, impegnato nella guerra contro la Francia, divenne la loro condanna. Non appena il re sospese i pagamenti, l’infrastruttura crollò. I Peruzzi fallirono nel 1343, i Bardi resistettero fino al 1346. Le cifre tramandate dai cronisti, novecentomila fiorini d’oro di crediti verso la corona inglese per i Bardi e seicentomila per i Peruzzi, sono probabilmente gonfiate, e la storiografia recente considera semplicistica la spiegazione del solo default inglese, ma la sostanza resta: un intero sistema finanziario continentale evaporò nel giro di tre anni, trascinando con sé i depositi di mezza Italia.

A quel trauma se ne sommò subito un altro, di natura biologica: la peste nera del 1348, che dimezzò la popolazione fiorentina e disarticolò le corporazioni di mestiere, le stesse arti che avevamo visto strutturare il sapere operativo nel capitolo precedente. Il tumulto dei Ciompi (1378), rivolta dei salariati della lana esclusi dal sistema corporativo, mostrò che l’ordine delle arti non era più in grado di contenere la società che pretendeva di rappresentare.

Da questo doppio collasso, finanziario e demografico, la generazione successiva di banchieri fiorentini trasse due lezioni che vale la pena spiegare, perché sono il codice genetico di ciò che seguirà.

Primo: mai più strutture monolitiche. Le compagnie trecentesche erano organismi unitari, in cui il fallimento di una filiale trascinava l’intero corpo. Il Banco fondato da Giovanni di Bicci de’ Medici nel 1397 adottò, al contrario, un’architettura che gli storici dell’economia, a partire da Raymond de Roover, hanno descritto come una holding ante litteram. Società giuridicamente distinte per ciascuna piazza, ognuna con propri libri e propri soci accomandanti, tutte però controllate dalla famiglia attraverso partecipazioni di maggioranza. Se Bruges affondava, Firenze no. Era ingegneria del rischio, ma anche, e questo ci interessa di più, ingegneria dell’opacità. Una struttura frammentata è molto più difficile da leggere dall’esterno.

Giovanni di Bicci applicò la prima lezione con una scelta di campo che fissò il destino della famiglia. Il cliente più sicuro d’Europa non era un re, ma la Chiesa. Il Banco crebbe agganciandosi alla finanza pontificia negli anni caotici dello Scisma d’Occidente, quando tre pretendenti si contendevano il papato e ognuno aveva disperato bisogno di credito e trasferimenti sicuri. Fu una scuola formidabile: gestire il denaro di una cristianità divisa insegnò ai Medici che le istituzioni sacre, viste dal lato dei libri contabili, sono flussi di cassa con una liturgia intorno. È una lezione che la famiglia non dimenticherà mai.

Secondo: mai più il potere senza il controllo (il che ci ricorda anche una famosa pubblicità molto più recente). I Bardi e i Peruzzi avevano finanziato i sovrani restando loro sudditi, di fatto esponendosi a ogni capriccio regale. I Medici capovolsero il rapporto. Avrebbero finanziato il potere diventandone un’opaca cabina di regia. Non era necessario conquistare cariche, che a Firenze erano elettive, a sorteggio e rotazione rapida, ma controllando il meccanismo che assegnava le cariche: borse elettorali, clientele, matrimoni, debito pubblico. Quando nel 1434 Cosimo, figlio di Giovanni di Bicci, rientrò dall’esilio veneziano, non assunse alcun titolo. Governò per trent’anni da privato cittadino. Continueremo a incontrare spesso questo meccanismo. D’altronde il potere più stabile è quello che non ha bisogno di essere mostrato.

II. Il Banco come rete (1430-1464)

Guardiamo ora dentro la macchina.

Alla metà del Quattrocento il Banco Mediceo operava con filiali o accomandite a Roma, Venezia, Milano, Ginevra (successivamente Lione), Bruges, Londra e Avignone, oltre a botteghe della lana e della seta a Firenze. Rispetto ai giganti trecenteschi era, per dimensioni patrimoniali, una struttura più piccola. De Roover lo ha documentato senza ambiguità, e conviene dirlo subito per disinnescare la mitologia del Banco onnipotente. La sua forza non stava nella massa, ma nella qualità della rete.

Ogni filiale era guidata da un direttore compartecipe agli utili, vincolato da contratti che gli imponevano obblighi informativi costanti verso Firenze. Le lettere commerciali che risalivano la rete non trasportavano solo ordini di pagamento: trasportavano notizie. Prezzi, raccolti, salute dei principi, umori delle corti, movimenti di truppe, nomine ecclesiastiche in arrivo. Il banchiere internazionale del Quattrocento era, per propria necessità strutturale, un raccoglitore sistematico di informazioni. La sua sopravvivenza dipendeva dal sapere prima degli altri se un sovrano stava per fallire, se una rotta stava per chiudersi, se un conclave stava per orientarsi. La rete delle filiali medicee funzionava, come un moderno sistema di stazioni di raccolta con un centro analisi unico: il tavolo di Cosimo.

A tale infrastruttura si aggiungeva un nodo speciale: la filiale di Roma, che per decenni fu la più redditizia del sistema e che gestiva le finanze della Camera Apostolica. Essere il banchiere del papa significava veder passare i flussi finanziari dell’intera cristianità: decime, annate, dispense. Nessun servizio informativo dell’epoca poteva competere con la visione d’insieme che tal punto di osservazione poteva garantire.

Due strumenti tecnici completavano il quadro, e sono anch’essi tecnologie del potere, benché di apparente umile aspetto. Il primo è la partita doppia, che le aziende toscane avevano perfezionato e che il Banco applicava con rigore documentato perfino nei frammenti superstiti dei libri della filiale di Bruges. Una contabilità a doppia registrazione non è solo uno strumento di correttezza, è un dispositivo di controllo a distanza, che permette a chi decide di leggere lo stato di una filiale a settimane di viaggio senza fidarsi della parola di chi la dirige. Il secondo è la lettera di cambio, che consentiva di spostare valore attraverso l’Europa senza spostare metallo, aggirando insieme i briganti e il divieto canonico dell’usura, dato che l’interesse si annidava, invisibile ai teologi, nel tasso di cambio tra piazze. Chi padroneggiava questi due strumenti disponeva di qualcosa che nessun principe territoriale possedeva: un sistema nervoso continentale.

Nel 1455 Francesco Sforza, duca di Milano la cui ascesa era stata finanziata proprio da Cosimo, donò al Banco un edificio nel cuore della città, trasformato in una sede di rappresentanza così sontuosa che il Filarete la incluse nel suo trattato di architettura. Un banco che riceve un palazzo da un duca, e non viceversa, dice con la pietra ciò che i registri contabili dicono con le cifre: il denaro non serviva più il potere, lo produceva.

Resta una domanda: a cosa poteva servire, a un uomo così, la filosofia? La risposta comincia con un concilio.

III. Il Concilio e il Greco (1439)

Nel 1439 Firenze divenne per alcuni mesi la capitale teologica del mondo. Il concilio per la riunificazione tra Chiesa latina e Chiesa greca, fu trasferito da Ferrara anche grazie al denaro mediceo che ne finanziò l’ospitalità, portò in città l’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo, il patriarca di Costantinopoli e una delegazione di dotti greci carichi di manoscritti che l’Occidente latinizzato non leggeva da secoli.

Tra loro c’era Giorgio Gemisto, detto Pletone, filosofo di Mistrà, ottantenne, platonico dichiarato in un mondo cristiano che conosceva quasi solo Aristotele, e platonico di un genere particolare. Convinto che sopra le religioni positive esistesse una sapienza più antica, risalente a Zoroastro e agli oracoli, di cui Platone era stato il trasmettitore. Durante il concilio Pletone tenne conversazioni private sulla differenza tra Platone e Aristotele che affascinarono gli ambienti umanistici fiorentini.

Qui incontriamo il primo campo minato storiografico. La tradizione, inaugurata decenni dopo dallo stesso Marsilio Ficino nella prefazione alla sua traduzione di Plotino, vuole che Cosimo, folgorato dalle lezioni di Pletone, abbia concepito allora il progetto di far rinascere a Firenze l’Accademia di Platone. È una scena perfetta. Il banchiere che, ascoltando il saggio bizantino, decide di comprare la filosofia greca ed è, con ogni probabilità, una ricostruzione retrospettiva.

La ricerca moderna e in particolare i lavori di James Hankins, hanno mostrato che non esiste alcuna evidenza contemporanea di un simile progetto nel 1439. Il patrocinio concreto di Cosimo verso Ficino comincia solo nel 1462, e la storia della folgorazione conciliare compare nelle fonti a distanza di mezzo secolo, quando aveva ormai la funzione di nobilitare l’impresa ficiniana col mito della fondazione. Il seme di Pletone, insomma, è in parte una costruzione narrativa. Ciò non toglie che il concilio abbia avuto un effetto reale e documentabile. Riaprì il canale tra Firenze e il patrimonio manoscritto greco, e mise in circolazione l’idea, che si rivelerà esplosiva, di una catena sapienziale più antica del cristianesimo.

Su quella catena, quindici anni dopo la morte di Pletone, un monaco avrebbe caricato un peso inatteso.

IV. Ermete prima di Platone (1462-1463)

Siamo giunti al cuore di questa serie, e all’episodio che da solo basterebbe a giustificare l’intera tesi che ci stiamo proponendo di dimostrare.

Intorno al 1460 un monaco, Leonardo da Pistoia, agente di Cosimo nella caccia ai manoscritti greci, portò a Firenze (dalla Macedonia) un codice contenente quattordici trattati attribuiti a Ermete Trismegisto, il “tre volte grande”, figura sincretica nata dalla fusione tra il dio egizio Thot e il greco Hermes. Era il Corpus Hermeticum, nella copia che era appartenuta al bizantino Michele Psello. Per gli uomini del Quattrocento quei testi non erano una curiosità erudita: erano, si credeva, la testimonianza diretta di una sapienza egizia anteriore a Mosè, la fonte da cui gli stessi Platone e Pitagora avrebbero attinto. Una Genesi pagana, una rivelazione primordiale, la cosiddetta “prisca theologia”.

Cosimo, d’altronde, aveva superato i settant’anni, era malato, e sapeva di avere poco tempo. Nel 1462 aveva appena sistemato il giovane Marsilio Ficino, figlio del suo medico, in una casa a Careggi, vicino alla villa di famiglia, con il compito di tradurre l’intera opera di Platone. Un progetto colossale, il ritorno del corpus platonico integrale in Occidente dopo un millennio. Poi però arrivò il codice ermetico. Quindi Cosimo diede l’ordine che rimase negli annali ossia, interrompere Platone e tradurre prima Ermete. Ficino obbedì, completò la versione latina dei quattordici trattati nell’aprile del 1463, la dedicò “ad Cosmum Medicem”, e ne ricevette in cambio, secondo la tradizione, la conferma dei beni a Careggi. Cosimo fece in tempo a leggere il testo e morì nell’agosto del 1464. La domanda che la storiografia si pone da sempre, e che noi porremo nel nostro modo, è: perché quella priorità?

La risposta devozionale, che fu quella di Ficino, dice: perché Ermete era più antico di Platone, e la sapienza si legge dalla fonte. La risposta esistenziale, avanzata da molti biografi, dice: perché un vecchio morente voleva leggere, prima di morire, ciò che riteneva più vicino al segreto delle cose. Entrambe sono plausibili. Ma la lettura funzionale, la nostra, aggiunge un livello che le altre due non vedono.

Un banchiere è un uomo la cui intera legittimità è recente, tecnica e moralmente sospetta: il prestito a interesse era ancora, canonicamente, usura. L’aristocrazia di sangue aveva i secoli, la Chiesa aveva la successione apostolica. Che cosa poteva avere una famiglia di mercanti del Mugello? Poteva avere l’antichità assoluta, ma non quella genealogica, irraggiungibile, ma quella sapienziale, acquistabile. Finanziare la riscoperta della catena aurea della sapienza, Zoroastro, Ermete, Orfeo, Pitagora, Platone, significava collocarsi non dentro la storia, dove i Medici erano parvenu, ma prima della storia, come patroni della rivelazione originaria. L’ermetismo funzionò per Cosimo come una tecnologia di retrodatazione della legittimità. Non è necessario supporre che Cosimo fosse cinico e incredulo, le fonti suggeriscono anzi un interesse sincero, è la funzione oggettiva dell’operazione e non l’intenzione soggettiva, che qui misuriamo. Come sempre, l’esoterismo ci interessa come tecnologia di potere, e raramente la tecnologia è stata così nitida. Un ordine, un traduttore stipendiato, un testo che ridefinisce la mappa del tempo sapienziale con il committente in cima alla filiera.

La velocità di propagazione del testo conferma, inoltre, che non si trattò di un capriccio isolato ma di una domanda sociale già matura. Nel settembre dello stesso 1463, a pochi mesi dalla versione latina, Tommaso Benci ne trasse una traduzione in volgare fiorentino. Il vertice dell’élite voleva Ermete in latino, la città lo voleva in toscano.

Anni dopo Ludovico Lazzarelli avrebbe tradotto anche il trattato mancante al codice di Psello, completando il corpus per i lettori latini. Il testo si mosse dunque lungo tutti i piani dell’edificio sociale, e questa circolazione a cascata, dall’alto verso il basso, è essa stessa un dato funzionale: la sapienza antica, patrocinata dal principe, diventava un bene di prestigio imitabile e imitandola la città intera ratificava la gerarchia di chi l’aveva importata.

Ora, ecco il prossimo campo minato storiografico.

Primo: la datazione.

Tutta questa operazione quattrocentesca poggiava su un errore cronologico monumentale. Nel 1614 il filologo Isaac Casaubon dimostrò, su base linguistica e concettuale, che i trattati ermetici non erano affatto egizi e arcaici, ma erano stati composti in greco in età imperiale, tra il II e il III secolo dopo Cristo, in ambiente alessandrino, impastando platonismo, gnosticismo e spiritualità misterica. La “prisca theologia” era una retroproiezione. Notiamo, però, ciò che questa scoperta rivela in termini funzionali. L’efficacia politica e culturale dell’ermetismo rinascimentale non dipese in alcun modo dall’autenticità del testo. Per centocinquant’anni il Corpus operò a pieno regime sulla base di una datazione sbagliata, e anche dopo Casaubon la tradizione ermetica continuò a prosperare nei circuiti esoterici. Ciò è una conferma, non una smentita, della nostra lente. Il potere di un testo sacro sta nell’uso e non nella filologia.

Secondo: la trasmissione.

La traduzione di Ficino circolò manoscritta per otto anni, poi nel 1471 fu stampata a Treviso, per iniziativa di due umanisti e senza controllo dell’autore, con il titolo con cui sarebbe diventata celebre, “Pimander”. Studi filologici recenti, in particolare l’edizione critica di Maurizio Campanelli, hanno mostrato quanto quella editio princeps fosse testualmente corrotta rispetto al lavoro originale ficiniano. Il testo ermetico che l’Europa lesse per generazioni era dunque la copia difettosa di una traduzione di una compilazione tardoantica creduta primordiale. Vale come promemoria permanente di metodo. Le tradizioni esoteriche viaggiano quasi sempre su veicoli testuali molto più fragili di quanto i loro adepti vogliano credere.

V. Careggi, la contro-università

Che cosa costruì, esattamente, il patronato mediceo intorno a Ficino? La risposta tradizionale ha un nome solenne: l’Accademia Platonica di Firenze o Accademia di Careggi. Ed è qui il terzo campo minato, il più importante per l’architettura di questa serie.

Per quattro secoli la storiografia ci ha raccontato l’Accademia come un’istituzione. Luogo? Careggi. Fondatore? Cosimo. Capo? Ficino. I suoi membri: Pico della Mirandola, Poliziano, Landino, Lorenzo stesso. Perfino alcuni rituali, come il banchetto per il presunto compleanno di Platone. La revisione condotta da James Hankins a partire dal 1990 ha smontato pezzo per pezzo tale quadro. Non esistono statuti, non esistono registri di appartenenza, non esiste evidenza contemporanea di un’istituzione chiamata Accademia Platonica. Ciò che le fonti mostrano è qualcosa di più informale e, per i nostri fini, di molto più interessante. Un circolo privato di lettura e insegnamento raccolto intorno a un dotto, stipendiato da una ricca famiglia, frequentato da giovani dell’élite cittadina, senza personalità giuridica e senza esistenza pubblica (vi ricorda qualcosa?). Quando Ficino usa la parola “academia”, sostiene Hankins, indica per lo più i suoi libri, la sua cerchia e/o il richiamo ideale a Platone, non un vero e proprio ente.

È giusto segnalare che non tutti gli studiosi accettano la versione più radicale della tesi di Hankins, e alcuni preferiscono parlare di un’istituzione informale, ma reale nella percezione dei contemporanei. Tuttavia, per il nostro discorso la sostanza non cambia, anzi si rafforza. Confrontiamo questo oggetto con ciò che avevamo analizzato nell’Articolo IV a proposito delle università medievali. L’universitas era una corporazione: personalità giuridica, statuti, gradi certificati, autonomia negoziata con papi e imperatori, il sapere come bene pubblico regolato. Il circolo di Careggi era l’esatto rovescio: nessuno statuto, nessun grado, nessuna autonomia perché nessuna esistenza formale, accesso per cooptazione sociale, e un solo garante, il patrono. Il sapere smetteva di essere una funzione pubblica corporativa e tornava a essere ciò che era stato nelle corti antiche: un ornamento e uno strumento del principe, con la differenza che qui il principe non era un re, ma un banchiere.

È questo che intendiamo quando parliamo di privatizzazione del sapere, ed è un passaggio storico che i racconti celebrativi del mecenatismo tendono a edulcorare. Il mecenatismo mediceo fu anche, senza dubbio, una delle più grandi imprese di conservazione culturale della storia europea. La biblioteca raccolta da Cosimo e Lorenzo, i manoscritti salvati, le traduzioni finanziate. Ma la contropartita strutturale fu la creazione di un modello in cui l’agenda intellettuale era fissata da chi paga.

Ficino tradusse Ermete prima di Platone perché così volle il committente. Pico della Mirandola, l’astro più libero di quella costellazione, poté permettersi le sue 900 tesi (1486) e il progetto di una disputa universale a Roma finché la protezione politica lo coprì, e ne sperimentò i limiti quando la condanna papale lo raggiunse. Infatti, fu il patronato laurenziano, non un’istituzione accademica, a negoziarne la salvezza. Anche la cabala cristiana, inaugurata da Pico stesso, fu il primo innesto sistematico della tradizione cabalistica ebraica nel pensiero cristiano e nacque e visse dentro questo regime di protezione privata.

Vale la pena fermarsi un istante sull’episodio delle tesi pichiane, perché mostra i confini esatti del nuovo regime del sapere. Nel 1486 Pico, ventitreenne, pubblicò novecento conclusioni tratte da tutte le tradizioni sapienziali a lui note, greche, latine, arabe, ebraiche, ermetiche e cabalistiche, e invitò i dotti d’Europa a discuterle pubblicamente a Roma, offrendosi di pagare le spese di viaggio ai partecipanti. Il testo che avrebbe dovuto aprire la disputa, l’orazione oggi nota come De hominis dignitate, è diventato il manifesto simbolico dell’umanesimo. Tuttavia, la disputa non si tenne mai e una commissione papale condannò tredici tesi, Pico tentò una fuga in Francia, fu arrestato, e a salvarlo fu la rete laurenziana, che riuscì a riportarlo a Firenze sotto protezione. Il messaggio strutturale è limpido. Il sapere patrocinato poteva spingersi molto più in là del sapere universitario, fino a maneggiare cabala ed ermetismo sotto gli occhi della Chiesa, ma a una condizione… restare dentro il perimetro del patrono. Fuori da quel perimetro non c’era libertà, c’era il tribunale e verosimilmente le segrete di Castel Sant’Angelo.

Chi ricorda la contesa tra corporazioni operative e università del capitolo precedente può ora vedere il quadro completo. Nel giro di due secoli l’Europa aveva prodotto tre regimi del sapere in competizione:

–   Il sapere iniziatico di mestiere, trasmesso per cooptazione dentro le logge operative (Costruttori e artigiani)

–   Il sapere certificato pubblico, amministrato dalle università

–   Il sapere patrocinato, finanziato da privati fuori da ogni corporazione

Le società segrete moderne, che incontreremo negli articoli VIII e IX, nasceranno esattamente all’incrocio di questi tre regimi. Prenderanno dalla loggia la forma iniziatica, dall’università l’ambizione universale, e dal modello mediceo la dipendenza dalle reti di patronato delle élite.

VI. La cerniera (1492)

Lorenzo, nipote di Cosimo, portò il modello alla sua forma più raffinata e insieme ne consumò le fondamenta. Sotto di lui il primato fiorentino divenne apertamente culturale. La diplomazia dell’equilibrio italiano, la regia delle arti, il circolo ficiniano al suo apogeo, il giovane Michelangelo ospitato nel giardino di San Marco.

Ma il Banco… la macchina che aveva pagato tutto questo, era in declino. Filiali chiuse o dissestate, direttori fuori controllo e una gestione, quella di Lorenzo, molto più interessata al potere che alla banca. È un punto che conviene fissare, perché la vulgata immagina i Medici come ricchi senza fine proprio negli anni in cui i registri ufficiali raccontano l’opposto. Il capitale culturale stava sostituendo il capitale finanziario come fonte primaria di legittimità della famiglia. La sostituzione funzionò così bene che, come vedremo tra poco, sopravvisse alla rovina della banca stessa.

Fu in questi anni laurenziani, peraltro, che il progetto ficiniano mostrò fin dove poteva arrivare la copertura del patronato. Con il De vita (1489), e in particolare con il suo terzo libro sul modo di attirare gli influssi celesti, Ficino, che era anche sacerdote, pubblicò a stampa un trattato di medicina astrale che flirtava apertamente con la magia naturale, attirandosi accuse a Roma da cui lo protessero i buoni uffici della rete medicea. Il confine tra ciò che un chierico poteva scrivere e ciò che lo portava davanti a un tribunale non passava per il contenuto, ma passava per la qualità della protezione. È la stessa regola che vedremo operare, con esiti opposti, nel caso di Pico e poi in quello di Savonarola.

Poi venne l’anno cerniera. Nel 1492 si concentrano, con una densità che nessun romanziere oserebbe, quattro eventi che chiudono un mondo e ne aprono un altro. Muore Lorenzo, e con lui l’equilibrio italiano che aveva tenuto le potenze straniere fuori dalla penisola. Cade Granada, ultimo emirato islamico d’Occidente, e le corone iberiche si trovano improvvisamente libere di guardare oltre l’oceano. Colombo tocca terra alle Bahamas, aprendo lo spazio atlantico che sarà il teatro del prossimo articolo. E sale al soglio pontificio Alessandro VI Borgia, il papa che incarnerà agli occhi dell’Europa la mondanizzazione estrema della Chiesa rinascimentale.

A questi quattro eventi bisogna aggiungerne un quinto, più silenzioso, che era in corso da decenni: la stampa. Quando Colombo salpò, l’invenzione di Gutenberg aveva già quarant’anni e l’Italia era piena di torchi. Per il nostro discorso la stampa ha un significato preciso: il sapere che il modello mediceo aveva privatizzato nella produzione stava diventando incontrollabile nella distribuzione. Il Pimander stampato a Treviso nel 1471, come abbiamo visto, perfino contro la volontà del suo traduttore, fu ristampato più volte entro fine secolo. Le opere di Ficino e la traduzione integrale di Platone (a stampa dal 1484) circolavano ben oltre la cerchia per cui erano nate. A Venezia, Aldo Manuzio stava per trasformare il libro in un oggetto tascabile e il classico in un prodotto seriale. Nessun patrono avrebbe più potuto decidere chi avrebbe letto cosa. Tale forbice, produzione del sapere finanziata da pochi e distribuzione del sapere accessibile a molti, è la contraddizione che detonerà nel 1517, e conviene averla chiara da qui in avanti.

VII. L’interregno del rogo (1494-1512)

Due anni dopo la morte di Lorenzo, il modello mediceo crollò con una rapidità che ne rivelò tutta la fragilità costitutiva. La discesa di Carlo VIII di Francia (1494) travolse l’equilibrio italiano. Piero, figlio di Lorenzo, gestì l’emergenza in modo disastroso e la famiglia fu espulsa dalla città. il Banco, già morto, fu definitivamente liquidato. Sessant’anni di potere informale evaporarono in poche settimane, perché quel potere non aveva alcuna forma giuridica, non c’era alcun trono da abbattere, bastò smettere di obbedire.

Ciò che riempì il vuoto fu l’esperimento opposto. Girolamo Savonarola, frate domenicano di San Marco, convento che l’oro di Cosimo aveva ricostruito, guidò per quattro anni una repubblica che fu, in termini funzionali, un tentativo sistematico di ri-pubblicizzare tutto ciò che i Medici avevano privatizzato. Il potere politico tornò formalmente a un Consiglio Maggiore allargato. Il discorso pubblico tornò al pulpito, accessibile a tutti, contro il circolo, accessibile a pochi. Il rapporto con il sapere fu rovesciato nel modo più teatrale possibile: i bruciamenti delle vanità del 1497 e 1498, dove insieme a specchi e gioielli finirono anche libri e dipinti (anche qui non vi viene in mente nulla?), furono l’esatto contrario del collezionismo mediceo, la distruzione pubblica del capitale culturale privato.

Il rapporto tra Savonarola e il circolo di Careggi fu più intrecciato di quanto lo scontro frontale lasci immaginare, e va detto per onestà della complessità. Fu Lorenzo stesso a favorire il ritorno del frate a Firenze, Pico della Mirandola ne fu profondamente attratto e morì, forse avvelenato, proprio nei giorni dell’ingresso francese in città, e lo stesso Ficino oscillò prima di schierarsi contro. Ma l’esito è ciò che conta per la nostra serie: l’esperimento savonaroliano fallì, il frate fu impiccato e arso in piazza della Signoria nel 1498. Il fallimento dimostrò per contrasto la superiorità operativa del modello che pretendeva di abbattere. Il potere carismatico-profetico dipendeva da un solo uomo e da un consenso emotivo volatile mentre il potere patrimoniale-culturale dei Medici era distribuito in reti, clientele, crediti, matrimoni e memoria, e poteva quindi sopravvivere all’esilio. Infatti sopravvisse. Mentre Firenze tornava repubblica sotto il gonfaloniere Soderini, con Machiavelli in cancelleria a scrivere i dispacci, la partita vera dei Medici si giocava altrove, a Roma, dove il cardinale Giovanni, secondogenito di Lorenzo, coltivava la rete che avrebbe reso tutto il resto reversibile. Nel 1512, con le truppe spagnole della Lega Santa, i Medici rientrarono a Firenze. L’anno dopo, la stoccata finale.

VIII. “Non si possono servire due padroni…” (1513-1517)

Nel marzo 1513 il conclave elesse papa Giovanni de’ Medici, trentasettenne, con il nome di Leone X. Il figlio del banchiere di Firenze sedeva ora sulla cattedra che, come abbiamo ricostruito nell’Articolo II, aveva ereditato da Roma imperiale il titolo e la funzione del Pontifex Maximus. La parabola aperta da Giovanni di Bicci nel 1397 si chiudeva nel punto più alto concepibile. Una famiglia di mercanti aveva impiegato poco più di un secolo per passare dal banco di cambio al vertice della più antica istituzione d’Occidente. Non attraverso la santità, e nemmeno attraverso la forza, ma attraverso l’accumulazione paziente di ciò che fino adesso abbiamo imparato a riconoscere ossia, le tre valute del potere moderno: denaro, informazione e capitale simbolico.

Alla figura di Leone X la tradizione ha attaccato una battuta celebre, “godiamoci il papato, poiché Dio ce lo ha dato”. Va detto, per dovere di cronaca, che la frase è quasi certamente apocrifa, comparsa in una fonte ostile tarda, e nessun documento contemporaneo la attesta o la conferma. La citiamo, però, non come fatto, ma come sintomo di un’Europa che l’ha trovata credibile, al punto tale da tramandarla. Ciò espone quanto il papato mediceo apparisse, agli occhi dei contemporanei, più come un possesso patrimoniale di una famiglia che un servizio alla cattedra di Pietro. D’altronde la percezione, in politica, è un fatto essa stessa.

Il pontificato di Leone X fu il trionfo del modello mediceo applicato alla Chiesa universale. La corte papale come super-Careggi, Raffaello e i cantieri, il mecenatismo come linguaggio di governo. Fu, per la stessa ragione, la sua resa dei conti. Perché il modello aveva un costo, e il costo andava finanziato.

Il meccanismo che scelse Roma è documentato nei dettagli, e merita di essere guardato da vicino perché è il modello mediceo allo stato puro, applicato però alla merce più delicata di tutte: la salvezza delle anime. Il cantiere della nuova basilica di San Pietro divorava denaro. Nel 1514 Alberto di Hohenzollern, già titolare di due sedi ecclesiastiche, volle anche l’arcivescovado di Magonza, che portava con sé un seggio da principe elettore dell’Impero. Il cumulo era vietato dal diritto canonico, ma la dispensa si poteva comprare. Alberto si fece prestare la somma dai Fugger di Augusta, i banchieri tedeschi che stavano ai principi del Nord come i Medici erano stati ai potentati italiani. Fu così che con la bolla Sacrosancti Salvatoris et Redemptoris del 31 marzo 1515 Leone X chiuse il cerchio. Autorizzò la predicazione di un’indulgenza straordinaria nei territori di Alberto, con i proventi divisi a metà, una parte al papa per la fabbrica di San Pietro, l’altra ai Fugger a rimborso del prestito. La predicazione fu affidata dal 1516 al domenicano Johann Tetzel, la cui aggressività commerciale divenne proverbiale. In termini funzionali: un bene spirituale, la remissione delle pene, era stato trasformato in strumento finanziario per cartolarizzare un debito privato contratto per acquistare una carica sacra. Ogni anello della catena, papato, arcivescovato, banca e predicatore, operava secondo la logica che Firenze aveva perfezionato: tutto è convertibile, purché la conversione resti abbastanza opaca.

Non lo fu abbastanza. Il 31 ottobre 1517 un frate agostiniano di Wittenberg, Martin Lutero, rese pubbliche novantacinque tesi contro la predicazione delle indulgenze, indirizzandole proprio ad Alberto di Magonza. Se le abbia davvero affisse alla porta della chiesa del castello, come vuole una tradizione oggi discussa, importa meno del mezzo che le rese inarrestabili, la stampa. Quella stessa tecnologia che aveva moltiplicato il Pimander, moltiplicò quelle tesi in tutta la Germania nel giro di poche settimane. La forbice di cui parlavamo alla sezione VI si chiuse di scatto. Un’élite che produceva legittimità in circuiti privati e opachi fu messa a nudo da un’infrastruttura di distribuzione che non controllava più. Leone X, si narra, liquidò inizialmente la faccenda come una bega di frati. Invece, era l’inizio di una delle fratture più profonde della cristianità occidentale, e con essa della ristrutturazione più intima delle élite europee dai tempi di Costantino.

IX. Congedo: verso l’oceano

Ci fermiamo qui perché questo probabilmente è stato uno dei capitoli più densi di questa serie, ma prima vi chiedo di fissare bene ciò che abbiamo visto e letto.

Tra il 1345 e il 1517 è nata una specie nuova di élite, che non derivava il proprio rango né dal sangue né dall’ordinazione, ma dalla capacità di convertire tra loro denaro, informazione e simboli. Il suo prototipo, i Medici, ha inventato o perfezionato quasi tutti gli strumenti che ritroveremo nei capitoli successivi: la struttura societaria compartimentata, la rete informativa transnazionale, il potere esercitato senza titolo, il mecenatismo come macchina di legittimazione, e la cattura dell’esoterismo come tecnologia di retrodatazione del proprio diritto a comandare. Abbiamo anche visto i suoi limiti: la dipendenza dall’opacità, che la stampa ha reso precaria, e la tentazione finale di monetizzare il sacro, che ha innescato una reazione gravissima come quella protestante.

Il prossimo articolo si sposterà sull’asse che il 1492 ha aperto e che il 1517 ha reso conteso: l’oceano Atlantico. Vedremo come la frattura religiosa europea e l’apertura d’oltreoceano abbiano generato una nuova generazione di élite, quelle imperiali e mercantili delle monarchie iberiche prima e delle potenze del Nord poi, e come il patrimonio simbolico costruito a Firenze, l’ermetismo, la cabala cristiana, il mito della sapienza antica, sia emigrato con loro, pronto a trasformarsi in qualcosa che il Quattrocento non aveva ancora immaginato: l’ideologia delle società segrete.

Fonti:

James Hankins, The Myth of the Platonic Academy of Florence, Renaissance Quarterly, 44/3, 1991

James Hankins, Humanist Academies and the “Platonic Academy of Florence“, Harvard DASH

Treccani, Ficino e l’ermetismo umanistico (Storia della civiltà europea a cura di Umberto Eco)

Corpus Hermeticum, voce enciclopedica con cronologia della trasmissione del codice di Psello e della traduzione ficiniana

Wouter J. Hanegraaff, Butchering the Corpus Hermeticum: Breaking News on Ficino’s Pimander (sull’edizione critica di Maurizio Campanelli)

Raymond de Roover, Il Banco Medici dalle origini al declino (1397-1494): sintesi e discussione dell’organizzazione per filiali

Il crac delle compagnie Bardi e Peruzzi (1343-1346)

Papa Leone X, con il meccanismo della bolla Sacrosancti Salvatoris et Redemptoris e l’accordo con Alberto di Hohenzollern e i Fugger](

Alberto di Hohenzollern, sul prestito Fugger e la predicazione di Tetzel

Nota di metodo: dove la storiografia è divisa (esistenza formale dell’Accademia Platonica, ruolo di Pletone nel 1439, cifre del crac trecentesco, datazione del Corpus Hermeticum) il testo dichiara esplicitamente il dibattito invece di risolverlo in silenzio, secondo la linea editoriale di questa serie.