Serie: Il Mistero del Potere, Articolo II di XIII
Nel primo articolo di questo blocco abbiamo seguito Vettio Agorio Pretestato, Quinto Aurelio Simmaco e l’aristocrazia senatoria pagana nel loro tentativo di trasformare il sacro in argine identitario contro un potere imperiale ormai stabilmente cristiano. Quel tentativo, lo abbiamo visto, era sofisticato, colto, intessuto di neoplatonismo e di iniziazioni misteriche. Ed era, strutturalmente, un’azione di retroguardia.
Questo articolo segue l’altra metà della stessa partita, giocata sullo stesso tavolo, negli stessi anni, nella stessa città. Mentre Pretestato accumulava sacerdozi pagani come titoli di un curriculum simbolico, un diacono romano di umili origini stava costruendo, mattone su mattone, epigrafe su epigrafe, l’architettura istituzionale che avrebbe sostituito quel mondo. Si chiamava Damaso. Diventò vescovo di Roma nel 366. Morì nel 384, lo stesso anno di Pretestato.
Non è una coincidenza che meriti enfasi mistica. È un dato cronologico che permette un confronto diretto, quasi sperimentale, tra due strategie di legittimazione del potere attraverso il sacro: una fondata sull’erudizione esoterica di una classe che si stava estinguendo, l’altra fondata sulla costruzione sistematica di un’autorità istituzionale che si sarebbe perpetuata per un millennio e mezzo. Il vincitore della partita non è in discussione. Quello che interessa a questa serie è capire con quali strumenti tecnici, non con quale superiorità morale, Damaso abbia vinto.
I. Un papato nato dal sangue
Damaso non eredita un’istituzione pacificata. La conquista della cattedra di Pietro, nel settembre del 366, è un episodio di violenza politica che la storiografia agiografica ha per lungo tempo attenuato, ma che le fonti coeve, a partire da Ammiano Marcellino, descrivono senza ambiguità.
Lo scontro affonda le radici in una frattura più antica. Il predecessore Liberio era stato esiliato nel 355 dall’imperatore Costanzo II per essersi rifiutato di sottoscrivere la condanna di Atanasio di Alessandria e di allinearsi alla politica filoariana della corte imperiale. Durante quell’esilio, una parte del clero romano aveva eletto come vescovo Felice, sostenuto dalla fazione di corte. Quando le pressioni di alcune ricche matrone romane sui propri mariti ottennero il rientro di Liberio, Roma si trovò per qualche tempo con due vescovi contemporaneamente, e la frattura tra le due fazioni clericali, quella liberiana e quella feliciana, sopravvisse alla riconciliazione formale. È precisamente lungo quella linea di faglia preesistente che si consuma, undici anni dopo, lo scisma tra Damaso e Ursino.
Alla morte di papa Liberio, il clero romano si spacca in due fazioni. Una elegge e consacra Damaso nella chiesa del titolo in Lucinis. L’altra elegge e consacra Ursino nella basilica Iulia, oltre il Tevere. Le fonti antiche non concordano nemmeno su chi sia stato eletto per primo: la Collectio Avellana, ostile a Damaso, sostiene che Ursino lo abbia preceduto e che i sostenitori damasiani abbiano assediato per tre giorni la basilica avversaria. Girolamo e Rufino, entrambi vicini a Damaso, raccontano l’opposto.
Quello che le fonti non contestano è l’esito. I sostenitori di Damaso, descritti come una folla armata reclutata anche tra aurighi e popolino pagato, occupano la basilica Iulia. Il 26 ottobre 366 lo scontro più sanguinoso si consuma nella basilica liberiana, l’attuale Santa Maria Maggiore: centotrentasette morti, secondo il computo di Ammiano Marcellino. Il prefetto urbano Vivenzio, che si era inizialmente allontanato da Roma lasciando le fazioni a scontrarsi, rientra e prende posizione per Damaso, esiliando Ursino in Gallia. Gli ursiniani insinueranno per anni che quell’esilio fosse stato comprato.
Il conflitto non si esaurisce con un solo esilio. Ursino rientra, gli scontri riprendono, un secondo bando lo allontana definitivamente nel 378, dopo un sinodo romano che lo condanna e dichiara Damaso legittimo vescovo. Per oltre un decennio, il pontificato di Damaso convive con un antipapa che non smette di contestarne la legittimità nelle aule dei tribunali imperiali.
Questo dato va tenuto fermo, perché è la chiave di lettura di tutto ciò che segue. Damaso non costruisce la sua autorità a partire da un consenso pacifico. La costruisce a partire da un deficit di legittimità che deve essere colmato con strumenti diversi dalla violenza, una volta che la violenza ha fatto il suo lavoro iniziale.
Vale la pena notare che la violenza non si esaurisce nel 366. Anche dopo il primo esilio di Ursino, gli scontri tra le due fazioni proseguono per anni, con episodi che la storiografia filodamasiana, da Girolamo ad Ambrogio, da Rufino a Sozomeno, ha sistematicamente attenuato o omesso, nel tentativo di presentare l’elezione di Damaso come frutto del giudizio divino piuttosto che di una conquista militare in miniatura combattuta per le strade della città. Questa operazione di riscrittura agiografica è essa stessa un dato interessante: dimostra che la legittimità, una volta ottenuta con la forza, ha bisogno di una seconda fase, quella narrativa, per consolidarsi nel tempo. Damaso lo capisce prima e meglio di chiunque altro nella sua epoca, ed è esattamente questa comprensione a guidare la fase successiva del suo pontificato.
È qui che entra in scena l’operazione che rende Damaso un caso di studio irrinunciabile per chi analizza le tecnologie del potere: la trasformazione della memoria in fondamento istituzionale.
II. Le tombe ritrovate
Roma, dopo la pace costantiniana, ha smesso di nascondersi. Le grandi basiliche si costruiscono in superficie, alla luce del sole, finanziate dall’imperatore. Le catacombe, che per due secoli avevano custodito i corpi dei martiri lontano dagli occhi delle autorità, cadono in un progressivo abbandono. Damaso interrompe questo processo e lo inverte.
Quello che fa è, nei termini più diretti possibili, un’operazione di archeologia identitaria su scala urbana. Ricerca sistematicamente le tombe dei martiri dimenticate nelle catacombe, le identifica, le consolida strutturalmente, le rende accessibili ai pellegrini attraverso percorsi costruiti appositamente. Su ogni sepolcro ritrovato fa incidere un epigramma, composto personalmente, che non si limita a registrare un nome ma racconta una storia: il martirio, le circostanze, talvolta dettagli macabri costruiti per impressionare chi legge, come la decapitazione dei santi Marcellino e Pietro nascosta tra i cespugli perché nessuno potesse ritrovarne i resti.
Per trascrivere questi testi sul marmo, Damaso non si accontenta di un qualsiasi scalpellino. Chiama Furio Dionisio Filocalo, il calligrafo più celebre dell’epoca, che elabora per l’occasione una scrittura monumentale di altissima qualità tecnica ed estetica, oggi nota agli studiosi come capitale filocaliana o damasiana. Il sodalizio tra i due dura più di un decennio e lascia tracce di una vera amicizia professionale, testimoniata da una sottoscrizione che Filocalo incide a margine di uno degli epigrammi, definendosi devoto cultore del santo papa.
Ne sono sopravvissuti più di cinquanta, di cui tre giunti pressoché intatti: quelli di sant’Eutichio, di sant’Agnese e di san Proietto. Ma il numero conta meno della funzione. Quello che Damaso sta facendo non è pietà devozionale fine a se stessa. Sta producendo un apparato documentario, monumentale e riproducibile, che ancora i fedeli del suo tempo a un passato verificabile, leggibile, collocato in luoghi fisici precisi della città. Trasforma le catacombe in santuari pubblici. Trasforma il martirio anonimo in narrazione strutturata. Trasforma, soprattutto, Roma cristiana in una città con una memoria sacra tanto fitta e tanto visibile quanto quella della Roma pagana che la circondava ancora.
C’è un aspetto operativo di questa campagna che merita di essere isolato, perché è esattamente il tipo di dettaglio che l’analisi OSINT applicata alla storia dovrebbe sempre cercare: Damaso non si limita a far incidere epigrafi, costruisce infrastruttura di accesso. Apre lucernari per far filtrare la luce nei cunicoli più bui, realizza scale che permettano ai pellegrini di scendere senza disorientarsi nel reticolo sotterraneo, traccia percorsi segnalati che conducono dritti alle tombe più importanti, evitando i tratti meno significativi della rete catacombale. In altre parole, progetta un sistema di fruizione di massa per un patrimonio che fino ad allora era stato accessibile solo a una cerchia ristretta di iniziati alla geografia sotterranea della città. Il parallelo con l’iniziazione misterica descritta nell’Articolo I, riservata per definizione a pochi, non potrebbe essere più netto: dove il paganesimo aristocratico costruiva esclusività, Damaso costruisce accessibilità organizzata. È una scelta di architettura del consenso, non solo di architettura materiale.
Il confronto con Pretestato, qui, è diretto e istruttivo. L’aristocratico pagano accumulava titoli sacerdotali come capitale simbolico personale, destinato a estinguersi con la sua classe. Damaso costruisce un’infrastruttura simbolica permanente, intestata non a sé ma all’istituzione che rappresenta. Lui per primo, lo sappiamo dalle sue stesse parole incise nella cripta dei papi al cimitero di Callisto, desiderava essere sepolto accanto ai martiri ma temeva di turbarne le pie ceneri con la propria presenza. Anche nella modestia retorica, il messaggio politico è chiaro: io sono al servizio di una memoria più grande di me.
III. Il primato della sede apostolica
L’operazione sui martiri non è un esercizio antiquario isolato. È la base documentaria su cui Damaso costruisce la rivendicazione politico-teologica più importante del suo pontificato: il primato della sede di Roma su tutte le altre chiese cristiane, fondato non sulle deliberazioni dei concili ma direttamente sulle parole di Cristo a Pietro.
Damaso è il primo vescovo di Roma a invocare sistematicamente il passo evangelico di Matteo 16,18, quello in cui Pietro riceve da Cristo le chiavi del regno, come fondamento giuridico, non meramente onorifico, dell’autorità romana. Il suo predecessore Liberio aveva già usato l’espressione “sedes apostolica” per definire la Chiesa di Roma, ma è sotto Damaso che questa formula si generalizza, si tecnicizza, diventa il fondamento esplicito di un potere giurisdizionale e non solo simbolico.
Il sinodo romano del 378, nella sinodale nota come Et hoc gloriae, sancisce che il vescovo di Roma, pur uguale per funzione agli altri vescovi, possiede su di essi una primazia in virtù della prerogativa della sede apostolica. Il concilio del 382 va oltre, aggiungendo alla tradizione petrina la “societas” di san Paolo, ucciso a Roma nello stesso giorno di Pietro secondo la tradizione che Damaso fa propria: un secondo pilastro apostolico, costruito apposta per rafforzare l’unicità della sede romana rispetto alle pretese di Costantinopoli, Alessandria e Antiochia.
Si tratta di una mossa che è insieme teologica e geopolitica. Mentre Costantinopoli, sede del potere imperiale d’Oriente, rivendica un prestigio crescente in virtù della propria vicinanza al trono, Damaso ancora il primato di Roma a un fondamento che nessun trasferimento di capitale può scalfire: la presenza fisica, documentata, visitabile nelle catacombe che lui stesso ha riportato alla luce, delle tombe dei due apostoli fondatori. Quando nel 379 l’Illiria si stacca dall’Impero d’Occidente, Damaso non perde tempo: nomina un vicario apostolico a Tessalonica per blindare l’autorità romana sulla regione, anticipando ogni rivendicazione orientale.
Allo stesso concilio del 382 viene tradizionalmente collegato anche un primo elenco dei libri considerati canonici delle Scritture, noto agli studiosi come Decretum Gelasianum nella sua redazione finale, anche se la paternità damasiana della lista originaria resta dibattuta tra gli specialisti. Indipendentemente dalla questione filologica, il principio politico che la tradizione attribuisce a Damaso è coerente con tutto il resto della sua azione: stabilire un confine netto tra testi autorevoli e testi apocrifi è un’operazione di sovranità dottrinale, non semplicemente un esercizio bibliografico. Chi decide cosa è canonico decide, di fatto, i confini dell’ortodossia, e quel potere, sotto Damaso, si concentra esplicitamente nella sede romana.
Non è un caso che lo stesso pontificato veda l’avvio di un’altra operazione strategica di lunghissimo periodo: l’incarico a Girolamo, allora segretario pontificio, di tradurre in latino le Scritture, a partire dai Vangeli e dai Salmi. Un testo sacro unificato, in una lingua amministrativa condivisa da tutto l’Occidente latino, è esso stesso una tecnologia di potere: standardizza il riferimento dottrinale, riduce lo spazio per interpretazioni divergenti, e lega l’autorità testuale alla sede che ha commissionato la traduzione. Quella che diventerà nota come Vulgata nasce, non a caso, sotto la regia di chi stava simultaneamente costruendo il primato istituzionale di Roma.
Conviene aggiungere una postilla geopolitica, perché spiega l’urgenza dell’intera operazione. Negli stessi decenni, il baricentro politico dell’Impero si è già spostato verso Costantinopoli, che dal concilio del 381 rivendica per la propria sede un rango secondo solo a Roma proprio in virtù di essere “nuova Roma”, sede dell’imperatore. Damaso non ha eserciti né apparato fiscale con cui contrastare quella pretesa. Ha però uno strumento che Costantinopoli non possiede e non può fabbricare: la presenza fisica, documentata e visitabile, dei corpi di Pietro e Paolo. Il primato romano che Damaso costruisce non è quindi soltanto una dottrina astratta, è una rivendicazione che si appoggia deliberatamente sulle stesse catacombe che lui ha riportato alla luce nella sezione precedente di questo articolo. Memoria materiale e dottrina giuridica procedono insieme, costruite dalla stessa mano, nello stesso decennio, con piena consapevolezza del nesso che le lega.
IV. L’aristocrazia che rimane da conquistare
C’è un paradosso nella biografia politica di Damaso che vale la pena di esplicitare, perché chiarisce quanto fosse complessa, e tutt’altro che lineare, la transizione che stiamo descrivendo in questa serie.
Damaso viene eletto con il favore di settori della nobiltà romana, da cui riceve finanziamenti e protezione politica. Eppure proprio negli anni del suo pontificato, tra il 369 e il 375, l’imperatore Valentiniano I, cristiano niceno, scatena attraverso il prefetto Massimino una dura repressione contro l’aristocrazia senatoria, pagana e cristiana indistintamente, sospettata di dissidenza politica. Damaso si trova in una posizione scomoda: troppo legato alla nobiltà romana per essere percepito come estraneo a quegli ambienti, ma incapace di proteggerli dalla repressione imperiale.
È in questo contesto che circola contro di lui l’epiteto dileggiante di auriscalpius matronarum, il solleticatore delle orecchie delle matrone, un’accusa di aver costruito consenso e ricchezza personale lusingando le nobildonne romane convertite o in via di conversione. L’insulto, riportato persino da Edward Gibbon nel suo racconto della decadenza dell’Impero, è interessante non per la sua fondatezza, difficile da verificare, ma per quello che rivela: un canale di influenza reale e riconosciuto, quello femminile aristocratico, su cui Damaso investe consapevolmente.
Quel canale produce risultati concreti. È sotto la sua influenza pastorale, e attraverso l’azione del suo segretario Girolamo, che si forma sull’Aventino un circolo di nobildonne romane, tra cui Marcella, Paola, Fabiola, che trasformano i propri palazzi in centri di vita ascetica cristiana. È un dato che va letto in controluce rispetto a quanto visto nell’Articolo I a proposito di Vettio Agorio Pretestato: la stessa classe sociale che forniva sacerdotesse e iniziate ai culti misterici pagani comincia, nello stesso torno di decenni, a fornire vergini consacrate e patrone di comunità ascetiche cristiane. Non è una conversione improvvisa e di massa. È una migrazione lenta, famiglia per famiglia, attraverso reti di parentela e di patronato che Damaso, con accortezza politica, alimenta senza forzare.
Il valore strategico di questo canale non va sottovalutato. Le matrone aristocratiche romane controllano patrimoni considerevoli, spesso in piena autonomia rispetto ai mariti o in qualità di vedove, e li impiegano per finanziare fondazioni religiose, ospizi per pellegrini, biblioteche di testi sacri. Marcella, in particolare, trasforma il proprio palazzo aventino in un centro di studio scritturale che Girolamo stesso definirà un piccolo senato di vergini, mutuando deliberatamente il lessico istituzionale dell’aristocrazia pagana per descrivere la nuova aristocrazia ascetica cristiana. Il lessico non è casuale: Damaso e il suo entourage sanno di dover offrire alla nobiltà romana un equivalente funzionale dello status sociale che il paganesimo le garantiva attraverso i sacerdozi pubblici, e lo fanno costruendo una gerarchia parallela di prestigio, fondata sulla rinuncia ascetica invece che sull’accumulo di cariche cultuali.
La ricerca più recente, va detto per onestà metodologica, ha ridimensionato l’idea di un’aristocrazia romana compattamente pagana e in resistenza organizzata. Il cosiddetto “circolo di Simmaco” è oggi considerato in parte una costruzione storiografica successiva: le famiglie che continuarono a finanziare la cultura letteraria latina del quarto secolo erano in maggioranza già cristiane, come gli Anicii, mecenati del poeta Claudiano. Il nucleo pagano più colto e attivo si raccoglieva attorno a Pretestato, non a Simmaco, che secondo le fonti possedeva una cultura letteraria piuttosto limitata. Questo significa che il fronte che Damaso doveva erodere era già, alla sua epoca, meno granitico di quanto la retorica successiva, sia cristiana che neopagana moderna, abbia voluto raccontare. Damaso non vince contro un blocco compatto. Vince intercettando, famiglia per famiglia, una transizione che era già in corso, e accelerandola con gli strumenti istituzionali descritti nelle sezioni precedenti.
V. Due vittorie, una sola arena
Pretestato muore nel 384, ricoprendo la prefettura del pretorio d’Italia, l’incarico più alto della sua lunga carriera, circondato dal lutto pubblico della vedova Aconia Fabia Paolina e da un’aristocrazia che lo celebra come l’ultimo grande rappresentante del mondo che fu. Damaso muore lo stesso anno, l’11 dicembre, dopo diciotto anni di pontificato, lasciando un’istituzione dotata di un apparato documentario, di una rivendicazione giuridica di primato e di una rete di alleanze aristocratiche che sopravviveranno a lungo alla sua morte.
Il confronto tra le due traiettorie non serve a stabilire un giudizio morale sui protagonisti. Serve a isolare la variabile tecnica che ha fatto la differenza. Pretestato investe nella propria persona: accumula sacerdozi, si fa iniziare in ogni culto misterico disponibile, costruisce un prestigio che dipende interamente dalla sua biografia individuale e da quella della sua classe. Quando lui e la sua generazione si estinguono, quel capitale simbolico si estingue con loro, conservato solo nella nostalgia letteraria di Simmaco e nei pochi versi che Girolamo dedica, per dileggio, a un cosiddetto “Carmen contra paganos” composto contro un anonimo prefetto pagano appena scomparso, probabilmente lo stesso Pretestato.
Damaso investe nell’istituzione. Trasferisce la propria autorità su un apparato che sopravvive alla persona: tombe monumentalizzate, epigrafi che chiunque può ancora leggere, una dottrina del primato fondata su un testo scritturale invece che su un carisma personale, un canale femminile aristocratico istituzionalizzato in comunità ascetiche durature, una traduzione biblica unificata che diventerà il testo di riferimento dell’Occidente latino per oltre mille anni. Quando Damaso muore, l’istituzione continua a funzionare senza di lui, perché non dipendeva più da lui.
Vale la pena rendere esplicito un secondo elemento di asimmetria, meno evidente ma altrettanto decisivo. Il sistema simbolico di Pretestato richiedeva un investimento personale enorme e non trasmissibile per intero: ogni iniziazione misterica andava ricevuta individualmente, ogni sacerdozio andava ottenuto attraverso percorsi specifici che non si potevano semplicemente delegare a un successore designato. Il sistema costruito da Damaso, al contrario, è pensato fin dall’origine per essere trasmissibile attraverso un ufficio, non attraverso una biografia. Il successore di Damaso erediterà automaticamente la sede apostolica, le tombe dei martiri, la rivendicazione petrina, senza dover ripetere personalmente nessuna delle operazioni che Damaso ha compiuto. È la differenza tecnica tra un potere fondato sul carisma individuale e un potere fondato sull’ufficio, una distinzione che la sociologia weberiana renderà esplicita molti secoli dopo, ma che Damaso applica con precisione empirica già nel quarto secolo, probabilmente senza nemmeno la necessità di teorizzarla.
È questa la lezione tecnica, spogliata di ogni afflato apologetico, che il caso romano consegna a chi studia le architetture di potere: il sacro funziona come tecnologia di legittimazione tanto più efficacemente quanto più riesce a separarsi dalla biografia del singolo per ancorarsi a strutture, testi e luoghi che continuano a produrre significato dopo che chi li ha costruiti è scomparso. Pretestato perde non perché il paganesimo fosse intellettualmente inferiore al cristianesimo, ma perché la sua strategia di legittimazione era strutturalmente non trasferibile. Quella di Damaso lo era.
VI. Ciò che resta aperto
C’è un tassello che questo articolo lascia volutamente in sospeso, perché appartiene al prossimo capitolo della serie. Nello stesso decennio in cui Damaso costruisce il primato romano, si consuma a Roma uno scontro pubblico di enorme risonanza simbolica: la disputa sull’altare della Vittoria, rimosso dalla Curia senatoria nel 382, che vede Simmaco chiedere formalmente all’imperatore la sua restituzione e Ambrogio di Milano, non Damaso, guidare la controffensiva teologica vincente.
Quell’episodio, che segna probabilmente il punto di non ritorno simbolico tra paganesimo istituzionale e cristianesimo di stato, merita un trattamento autonomo. Per ora basti registrare un dato strutturale: la battaglia decisiva per l’identità religiosa dell’aristocrazia romana non si combatte nei sacelli iniziatici descritti nell’Articolo I, né soltanto nelle catacombe monumentalizzate da Damaso, ma nell’aula del Senato, attorno a una statua di bronzo che per secoli aveva ricevuto l’incenso di ogni seduta. È lì che la nostra serie tornerà.
Fonti
Papa Damaso I, Wikipedia
Antipapa Ursino, Classicistranieri
Antipapa Ursino, Cathopedia
Damaso I, papa, Treccani, Enciclopedia Italiana
Damaso I, santo, Treccani, Enciclopedia dei Papi
Ursino, antipapa, Treccani, Enciclopedia dei Papi
Epigrammi sui martiri. L’autoepitaffio di Papa Damaso, L’Osservatore Romano
Quelle radici che ci parlano, L’Osservatore Romano
San Damaso I Papa, Kaire
Papa Damaso I, Cathopedia
San Girolamo e la caduta dell’Impero romano, Roberto de Mattei
L’ultima aristocrazia pagana di Roma e le ragioni della politica, OpenstarTS, Università di Trieste
Storia della decadenza e rovina dell’Impero romano, vol. V, Edward Gibbon, Wikisource