Serie: Il Mistero del Potere, Articolo IV di XIII

Nel novembre del 1158, a Roncaglia, l’imperatore Federico Barbarossa promulga un testo breve ma destinato a un’eredità giuridica sproporzionata rispetto alla sua lunghezza: la Authentica Habita. Concedendo agli studenti che si spostavano per motivi di studio l’immunità dalla rappresaglia (la prassi per cui un creditore poteva rifarsi su un connazionale del debitore insolvente) e il diritto di essere giudicati dai propri maestri o dal vescovo della città e non dai tribunali ordinari. Il provvedimento nacque da una vicenda concreta: tre anni prima, nel 1155, una delegazione di dottori e scolari dello Studium bolognese si era presentata davanti all’imperatore per lamentare proprio dell’abuso della rappresaglia nei confronti dei forestieri. Barbarossa, che aveva bisogno dei giuristi bolognesi per legittimare la sua pretesa di sovranità imperiale sul modello del diritto romano, ascoltò e concesse.

Il dettaglio che a un lettore distratto può sembrare amministrativo è in realtà il punto di origine di tutta la trattazione che seguirà. Per la prima volta nella storia europea post romana, un gruppo di uomini che non possiedono terra, non comandano eserciti e non hanno consacrazione sacerdotale ottiene dal potere temporale un privilegio giuridico autonomo, fondato sul solo possesso di una competenza tecnica. Non è un caso che Barbarossa abbia voluto inserire la Habita nel Corpus Iuris Civilis giustinianeo, come se fosse una delle Novellae dell’imperatore Giustiniano: il gesto colloca simbolicamente il sapere giuridico bolognese in una linea di continuità diretta con l’autorità di Roma, esattamente come Damaso, nel secondo articolo di questa serie, aveva collocato l’autorità del vescovo di Roma in continuità con il Pontifex Maximus pagano. Il meccanismo è lo stesso, cambia solo l’attore: chi detiene una competenza rara e necessaria al funzionamento del potere ottiene, in cambio, autonomia giuridica e prestigio sociale.

Vale la pena sottolineare quanto questo episodio si discosti dai protagonisti incontrati fin qui negli articoli precedenti. Pretestato deteneva il proprio potere grazie al sangue e al censo dell’aristocrazia senatoria romana. Damaso lo deteneva grazie alla successione apostolica e al controllo dell’apparato liturgico. I monaci cluniacensi e i cavalieri templari, lo derivavano dalla disciplina ascetica e dalla protezione armata dei luoghi sacri. Bulgaro, Martino Gosia e i loro colleghi bolognesi convocati a Roncaglia non hanno nessuna di queste tre fonti tradizionali di autorità: hanno soltanto una competenza tecnica, acquisita attraverso lo studio e per la prima volta quella competenza, da sola, bastò a sedersi al tavolo del potere imperiale come interlocutori necessari, non come semplici consulenti subordinati. È questa la cesura storica che giustifica l’apertura di questo nuovo capitolo, ed è il filo conduttore che attraverserà questo articolo dalla prima all’ultima sezione, e che lega l’università medievale, a Pretestato e Damaso quanto ai Templari e ai monaci cluniacensi.

I. Dal monastero all’aula: continuità e rottura

il periodo precedente si è chiuso sull’apparato organizzativo costruito dal monachesimo benedettino e dalla rete cluniacense, e sulla parabola degli ordini cavallereschi templari, nati per fondere la disciplina monastica con la funzionalità militare. Tale apparato custodiva il sapere (gli scriptoria, le biblioteche, la trasmissione del latino liturgico) come bene riservato, accessibile solo attraverso un percorso di iniziazione religiosa: il noviziato, i voti e la progressiva ammissione ai testi più complessi della tradizione patristica.

Il fenomeno universitario che si sviluppa a partire dalla fine dell’XI secolo eredita tale logica di accesso graduale, ma la secolarizza, spostandola dal chiostro degli istituti religiosi alla città. Le prime scuole di diritto bolognesi nascono infatti fuori dal controllo monastico diretto, in un contesto urbano e comunale, attorno a maestri laici come Pepone (secondo la tradizione riportata dal glossatore Odofredo, un giurista attivo già nella seconda metà dell’XI secolo, che insegnava di propria autorità, senza alcun mandato ecclesiastico o imperiale, e senza raccogliere particolare fama) e, soprattutto, Irnerio, attivo tra la fine dell’XI secolo e il primo quarto del XII. Irnerio non si limita a insegnare i testi del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano: li riscopre, li riorganizza e li accompagna con un apparato di glosse, le annotazioni a margine che danno il nome alla scuola che fonda, la Scuola dei Glossatori. Il diritto romano che fino a quel momento era sopravvissuto in forma frammentaria e consuetudinaria, torna a essere oggetto di studio sistematico, separato per la prima volta dalle arti liberali del trivio e del quadrivio e trattato come scienza autonoma.

Tra il monastero e l’università, però, esiste uno stadio intermedio che tale trattazione non può saltare senza perdere un pezzo essenziale della catena di trasmissione: la scuola cattedrale o capitolare, organizzata presso le sedi vescovili a partire dalla rinascita carolingia, fiorita soprattutto in Francia, a Laon, Reims, e in particolare a Chartres, dove il vescovo Fulberto fonda alla fine del X secolo un centro di studi filosofici e teologici che, nel secolo successivo, diventerà uno dei più prestigiosi d’Europa per lo studio della filosofia platonica applicata alla teologia cristiana. Tuttavia, a differenza della scuola monastica, pensata principalmente per formare i futuri monaci all’interno della comunità claustrale, la scuola cattedrale è governata dal vescovo attraverso la figura dello scolastico o del cancelliere, e progressivamente si apre, sia pur con cautela, anche ad allievi esterni provenienti da famiglie facoltose, anticipando così quell’apertura cittadina che caratterizzerà poi l’università propriamente detta. È proprio dalle scuole cattedrali e non direttamente dai monasteri, che il modello universitario eredita il programma del trivio e del quadrivio, e il rigore filosofico applicato alla teologia. I maestri come Bernardo di Chartres, Guglielmo di Conches e Gilberto Porretano, attivi proprio nei decenni che fanno da premessa a questo articolo, preparano il terreno metodologico su cui la scolastica parigina costruirà, una generazione più avanti, tutto il proprio edificio teorico.

Qui troviamo il punto di rottura rispetto al modello monastico: il sapere giuridico bolognese non ha bisogno di una legittimazione religiosa per esistere, ha bisogno di una legittimazione politica, ed è esattamente quello che Barbarossa fornisce con la Habita. Resta intatta, però, la logica della casta. Infatti, l’accesso al sapere giuridico richiede un lungo apprendistato, una lingua riservata (il latino tecnico del diritto, di fatto escludente per chi non lo conoscesse) e una progressione di gradi che, come si vedrà nella sezione successiva, riproduce quasi punto per punto la struttura iniziatica del noviziato monastico, sostituendo i voti religiosi con gli esami pubblici.

II. Bologna e il diritto come tecnologia di potere

Bologna diventa, nel corso del XII secolo, il principale laboratorio europeo per la produzione di una risorsa di cui ogni potere temporale, comunale, imperiale e papale, ha un bisogno sempre più crescente: legittimazione codificata. Il diritto romano riscoperto dai glossatori non è un esercizio accademico fine a se stesso, è uno strumento che permette a chiunque lo padroneggi di argomentare con autorità su questioni di sovranità, proprietà, successione, fiscalità. Alla dieta di Roncaglia del 1158, lo stesso anno della Habita, Barbarossa convoca quattro giuristi bolognesi, Bulgaro, Martino Gosia, Ugo di Porta Ravegnana e Jacopo, discepoli o seguaci di Irnerio, perché la loro competenza tecnica conferisca veste giuridica formale alla pretesa imperiale di sovranità sui comuni italiani, fondata sulla massima ulpianea per cui la volontà del principe ha forza di legge. Il potere politico, in altre parole, scopre che ha bisogno dei tecnici del diritto tanto quanto i tecnici del diritto hanno bisogno della protezione del potere politico: è uno scambio reciproco di legittimazione, lo stesso schema che la serie ha già osservato nel rapporto tra Pretestato e l’aristocrazia senatoria pagana, e tra Damaso e l’apparato pontificio in costruzione.

Lo Studium bolognese si organizza, nel corso del secolo, come una vera e propria corporazione, sul modello delle arti e dei mestieri urbani: gli studenti, riuniti in universitates (da cui il nome che resterà all’istituzione), eleggono i propri rappresentanti, negoziano con il Comune le condizioni di vita e di insegnamento e, progressivamente, assumono il controllo sulla nomina dei docenti, sul calendario degli esami e sulla disciplina interna. Il Comune di Bologna, dal canto suo, capisce rapidamente che la presenza dello Studium è una risorsa economica e di prestigio da proteggere e finanziare, anche perché i salari iniziali dei maestri sono pagati direttamente dagli studenti, e solo in seguito verranno progressivamente assorbiti da forme di finanziamento pubblico.

Il discepolo più rilevante della linea di Irnerio, qualche generazione più avanti, è Accursio, che nel XIII secolo compie l’opera di sintesi definitiva: la Glossa ordinaria, una raccolta organica di tutte le glosse precedenti che diventa il testo di riferimento per l’insegnamento giuridico in tutta Europa per i secoli successivi. Il dettaglio che merita attenzione per il lettore di questa serie è: la codificazione e la standardizzazione del sapere. Una volta raggiunta una massa critica di materiale disperso, viene prodotto sempre un testo canonico che concentra l’autorità interpretativa, esattamente come accadrà secoli dopo con altri corpora di sapere riservato che la serie tratterà più avanti.

Il dimensionamento dello Studium bolognese aiuta a comprendere la portata reale del fenomeno: gli storici stimano una popolazione studentesca che oscilla, nel corso del Milleduecento, attorno alle duemila persone, una cifra enorme per una città di poche decine di migliaia di abitanti, e che spiega l’interesse economico del Comune nel proteggerne la permanenza. Bologna presenta inoltre un’eccezione che merita di essere segnalata, perché smentisce l’idea dell’esclusione femminile assoluta dal sapere universitario medievale, diversamente da quanto avviene quasi ovunque in Europa: alcune fonti tarde, pur discusse sul piano storiografico, attribuiscono a donne come Bettisia Gozzadini, nel secolo successivo a quello qui trattato, l’accesso all’insegnamento del diritto, un’anomalia bolognese che non trova equivalenti né a Parigi né a Oxford, dove l’accesso femminile all’istruzione superiore resterà precluso per secoli.

La crescita esponenziale della popolazione studentesca a Bologna e a Parigi produce, proprio nel corso del XIII secolo, un’innovazione che merita una segnalazione specifica perché anticipa, in nuce, il problema della gestione e della distribuzione controllata del sapere che attraverserà l’intera serie fino alla sua conclusione contemporanea: il sistema della pecia. Davanti alla domanda crescente di copie manoscritte dei testi giuridici e teologici, le università istituiscono un meccanismo di produzione regolata: un esemplare di riferimento, l’exemplar, verificato per correttezza testuale da una commissione interna di petiarii, viene smembrato in fascicoli singoli, le pecie, depositati presso botteghe specializzate, gli stationarii, che li affittano contemporaneamente a più copisti professionisti dietro tariffa fissata dall’università stessa. Il risultato è una vera e propria filiera produttiva del sapere scritto, regolata, tariffata e sorvegliata dall’istituzione accademica, che moltiplica la disponibilità dei testi senza perderne il controllo qualitativo e di autenticità. È difficile non leggere in tale meccanismo, da una prospettiva di analisi dei sistemi di potere, l’antecedente medievale di un problema che tornerà identico, con tecnologie radicalmente diverse, nell’epoca dei dati digitali ossia come distribuire in scala una risorsa di conoscenza preziosa pur mantenendo al tempo stesso il controllo su chi la produce, la verifica e ne stabilisce il prezzo di accesso.

Va segnalato infine, per completezza, che lo Studium bolognese non resta confinato al solo diritto per tutto il periodo successivo a quello qui trattato. Dal Trecento in avanti, l’offerta si amplia progressivamente alle artes (medicina, filosofia naturale, aritmetica, astronomia, logica, retorica e grammatica) e infine, dal 1364, anche alla teologia, fino a quel momento materia di esclusiva competenza parigina. È in questo ambiente intellettuale ormai maturo, ma costruito esattamente sulle fondamenta giuridiche e corporative descritte in questa sezione, che si formeranno generazioni successive di letterati e poeti che hanno legato il proprio nome alla città, da Dante Alighieri a Francesco Petrarca, segno che il modello bolognese, nato come scuola di diritto al servizio del potere imperiale, si è nel frattempo trasformato in un polo di produzione culturale assai più ampio del proprio nucleo originario.

III. Parigi e la teologia scolastica

Se Bologna costruisce la propria centralità sul diritto, Parigi la costruisce sulla teologia e sulla filosofia, attraverso un processo che gli storici chiamano comunemente Rinascimento del XII secolo: la riscoperta dei testi aristotelici, in parte tramite traduzioni dall’arabo e dal greco prodotte nei circuiti di traduzione siciliani e iberici (la scuola di traduttori attiva a Toledo, in particolare, funziona da camera di compensazione tra il sapere filosofico arabo, a sua volta debitore della trasmissione siriaca dei testi greci, e il latino dotto delle scuole occidentali), fornisce ai maestri parigini uno strumentario logico che permette di affrontare le questioni teologiche con un rigore argomentativo nuovo. È un canale di trasmissione che merita di essere segnalato perché ricorda, ancora una volta, quanto il sapere europeo medievale sia il prodotto di una circolazione mediterranea ben più ampia della sola tradizione latina occidentale, un tema che questa pubblicazione ha già toccato nella propria prospettiva editoriale di correzione rispetto a una lettura puramente anglo o francocentrica della storia intellettuale europea.

Nasce così la scolastica, il metodo che organizza la conoscenza per quaestiones, distinzioni e sillogismi, e che troverà il suo apice, qualche decennio più avanti, nella sintesi tomista. Prima di tale sintesi, è la generazione dei maestri attivi proprio nei decenni qui considerati, tra cui Pietro Lombardo, (autore delle Sentenze che diventeranno per secoli il manuale base dell’insegnamento teologico europeo) a fissare il metodo e i contenuti su cui la scolastica successiva costruirà.

L’Università di Parigi si struttura attorno a un’organizzazione corporativa diversa da quella bolognese: mentre a Bologna il potere resta in larga parte nelle mani degli studenti organizzati, a Parigi prevale il controllo dei magistri, i maestri, riuniti in un collegio che regola l’accesso all’insegnamento e che si articola, dal punto di vista didattico, in quattro facoltà, le arti, il diritto canonico, la medicina e la teologia, quest’ultima collocata al vertice della gerarchia perché presuppone il completamento del corso propedeutico nelle arti. Gli studenti stranieri, gli ultramontani, si organizzano a loro volta in nationes, raggruppamenti su base geografica che facilitano la mobilità e la mutua assistenza tra connazionali lontani da casa: tredici nationes ripartite in tre raggruppamenti principali, dai quali venivano eletti i rettori, mentre gli studenti bolognesi e i dottori restavano esclusi da queste forme di organizzazione, riservate al solo corpo studentesco ultramontano della facoltà delle arti. Solo nella seconda metà del secolo successivo i magistri delle diverse discipline cominceranno a riunirsi a loro volta in collegia professionali, con funzioni paragonabili a una commissione permanente per gli esami di licenza e di dottorato, completando così la struttura corporativa su entrambi i lati, docenti e discenti. È una rete relazionale che anticipa, con secoli di anticipo e con finalità del tutto diverse, la logica delle reti professionali e accademiche transnazionali che caratterizzeranno, molto più avanti nella storia che questa serie attraverserà, le élite tecnocratiche contemporanee.

Il percorso accademico parigino si articola in tre gradi successivi, che riproducono in forma laicizzata la gerarchia iniziatica già osservata nel monachesimo: il baccellierato, che segna il passaggio da semplice uditore delle lezioni ad assistente dei maestri più anziani; la licentia docendi, l’abilitazione formale all’insegnamento, concessa dopo un esame pubblico chiamato determinatio in cui il candidato deve dimostrare padronanza dei testi e capacità dialettica davanti a una commissione; e infine il dottorato, il grado più alto, che comporta l’ammissione piena al collegio dei maestri. Ogni passaggio di grado impone al candidato l’onere economico di offrire banchetti e doni ai compagni e ai maestri, un costo che esclude di fatto i candidati meno abbienti dal proseguire oltre la licenza: il sapere, anche quando si presenta come meritocratico, continua a selezionare per censo, esattamente come la rete cluniacense selezionava per appartenenza familiare l’accesso alle abbazie più prestigiose.

Il rapporto tra l’università parigina e il potere ecclesiastico resta per tutto il periodo tesissimo, e la sua evoluzione merita di essere seguita passo per passo perché mostra con particolare chiarezza il meccanismo di negoziazione tra sapere e potere. Nei primi decenni l’istituzione è gestita direttamente dal vescovo di Parigi attraverso la figura del cancelliere della cattedrale di Notre Dame, e gli studenti sono considerati alla stregua di chierici minori: vestono abiti riconoscibili, portano la tonsura e rispondono alle corti ecclesiastiche, non a quelle regie. Questo status, pensato come protezione, genera presto un conflitto di competenza tra l’autorità religiosa e quella civile, perché gli studenti, schermati dal foro ecclesiastico, tendono ad abusare della propria immunità rispetto alle leggi municipali, mentre i borghesi parigini, privi di strumenti diretti per imporsi su di loro, accumulano un risentimento che esplode periodicamente in risse di strada.

Un primo riconoscimento formale arriva nel 1200, quando il re Filippo Augusto, dopo l’uccisione di uno studente tedesco in una taverna e la conseguente rappresaglia degli studenti contro l’osteria, stabilisce che tutti gli appartenenti all’università rispondano comunque alla giurisdizione ecclesiastica, blindando così lo status corporativo del corpo studentesco anche nei confronti della corona. Ma è l’episodio del 1229 a segnare il vero punto di svolta. Dopo un nuovo tumulto in un sobborgo parigino, i soldati del re uccidono alcuni studenti durante la repressione; l’università, in segno di protesta, proclama la cessatio ossia, la sospensione totale delle lezioni, che si protrarrà per oltre due anni, durante i quali una parte significativa di maestri e studenti abbandona Parigi per insegnare altrove, in particolare a Tolosa, città che proprio in quegli anni fonda il proprio studium attirando parte del corpo docente in fuga. È lo stesso meccanismo di scissione per frattura interna già osservato a proposito della nascita di Cambridge da Oxford: l’istituzione consolidata che entra in crisi genera, per gemmazione, nuovi centri concorrenti e mai una semplice dispersione del sapere accumulato.

La crisi si risolve solo nel 1231, quando papa Gregorio IX, sollecitato anche dall’azione politica del cancelliere Filippo, promulga la bolla Parens scientiarum, che sancisce in modo definitivo l’autonomia statutaria dell’università rispetto al vescovo locale e al potere regio, riconoscendo ai maestri il diritto di darsi propri statuti e di proclamare nuove cessazioni in caso di future violenze impunite contro gli studenti. È un dettaglio carico di significato per la traiettoria di questa serie: per ottenere piena autonomia, l’università ha dovuto rivolgersi proprio al potere che, nell’articolo precedente, abbiamo visto costruirsi come arbitro ultimo di ogni legittimità simbolica in Occidente. Il papato si conferma, anche nel conflitto tra corona e corporazione accademica, il garante di ultima istanza, e ne rafforza indirettamente la propria centralità nel sistema dei poteri europei. Lo stesso periodo registra l’ingresso nei ranghi dei magistri parigini dei primi frati degli ordini mendicanti appena fondati, i domenicani e i francescani, accolti come docenti di teologia nonostante l’iniziale diffidenza del corpo accademico laico. Un’integrazione che rafforza ulteriormente l’autonomia dell’università rispetto al solo vescovo diocesano, e che anticipa il ruolo di primo piano che quegli ordini avranno, nei decenni successivi, nella produzione della grande sintesi scolastica.

IV. Il sapere conteso tra papato e impero

Le università nascono e crescono dentro lo spazio di tensione tra tre poteri che si contendono la legittimazione finale su di esse: l’autorità comunale o regia, l’autorità episcopale locale e l’autorità papale. Ogni privilegio concesso a un’università (l’esenzione fiscale, l’autonomia giurisdizionale, il diritto di sospendere le lezioni come forma di pressione politica, la cessatio, l’equivalente medievale dello sciopero) è il risultato di una negoziazione tra questi tre poteri, ciascuno dei quali vuole rivendicare per sé il merito della protezione concessa, perché protezione significa controllo indiretto. Nessuno dei tre poteri, ha interesse reale a vedere distrutta l’istituzione universitaria: il sovrano ne ricava prestigio, manodopera amministrativa qualificata e legittimazione giuridica per le proprie pretese di governo, il vescovo locale ne ricava centralità culturale per la propria sede episcopale, e il papato ne ricava, come si vedrà subito, lo status di garante ultimo capace di arbitrare conflitti che gli altri due poteri non possono risolvere da soli. La competizione, in altre parole, riguarda chi controlla l’università, non se essa debba esistere: lo stesso schema, su scala diversa, osservato a proposito della rete cluniacense e della sua capacità di attrarre protezione e donazioni da più sovrani contemporaneamente.

È in questo contesto che si inserisce, come breve richiamo necessario, la fragilità del modello di legittimazione sacra costruito da Damaso e dai suoi successori (trattato nel secondo articolo di questa serie). Il compromesso damasiano aveva funzionato per secoli proprio perché offriva una soluzione stabile al problema della successione del potere simbolico, ma quella stabilità comincia a incrinarsi visibilmente proprio nei decenni in cui le università si consolidano come nuovi centri di produzione di sapere e quindi di legittimazione alternativa. Il papato avignonese del secolo successivo, e lo scisma d’Occidente che ne deriverà, mostreranno fino a che punto un modello di autorità fondato sulla continuità simbolica possa entrare in crisi quando il monopolio dell’interpretazione legittima viene insidiato da nuovi centri di competenza tecnica, indipendenti dalla gerarchia ecclesiastica. Allo stesso modo, la vicenda del processo contro l’ordine templare, voluto da Filippo il Bello di Francia agli inizi del Trecento, costituisce il caso più clamoroso di smantellamento politico di un potere simbolico-finanziario costruito nei secoli precedenti: un tema che meriterà una trattazione dedicata in un articolo successivo, perché la sua densità simbolica e documentaria non può essere esaurita in un riferimento di passaggio.

Per il periodo qui considerato, fino al 1230 circa, il rapporto tra le università e i poteri che le sovrastano resta tuttavia ancora nella fase ascendente: ogni concessione rafforza il prestigio dell’istituzione universitaria, senza ancora produrre le crisi di legittimazione che caratterizzeranno i secoli successivi.

Vale la pena citare, una dimensione spesso trascurata nelle narrazioni più celebrative della nascita delle università: quella economica. Il conflitto cronico tra studenti forestieri e popolazione locale, già osservato a Parigi e a Bologna, non nasce solo da intemperanze giovanili, ma da una tensione materiale concreta. Migliaia di studenti, in città che contavano poche decine di migliaia di abitanti, costituiscono un mercato immobiliare e commerciale a sé stante: gli alloggi, il vitto, il prestito su pegno dei libri (un manoscritto giuridico o teologico ha, in assenza di stampa, un valore patrimoniale reale, e viene spesso impegnato dagli studenti più indigenti per coprire le spese correnti) generano un’economia urbana parallela che il Comune o la corona hanno tutto l’interesse a non lasciar fuggire altrove, e che al tempo stesso genera nei cittadini locali, esclusi dai privilegi giuridici riservati ai membri della corporazione accademica, un risentimento strutturale destinato a riemergere periodicamente sotto forma di tumulto. Il privilegio giuridico concesso al sapere, in altre parole, ha sempre un costo sociale per chi resta fuori da quel sapere: è la stessa dinamica, su scala più piccola, che la serie osserverà più avanti a proposito delle élite tecnocratiche contemporanee e del loro rapporto con le comunità che restano escluse dall’accesso alle competenze più remunerative.

V. Oxford e la frontiera anglosassone

Il terzo vertice del triangolo geografico che intendiamo disegnare si forma quasi per incidente diplomatico. Nel 1167, in un momento di tensione tra la corona inglese e quella francese, aggravata dal conflitto tra Enrico II d’Inghilterra e l’arcivescovo Thomas Becket, il re inglese proibisce ai propri sudditi di proseguire gli studi all’Università di Parigi. Gli studiosi inglesi rimpatriano in massa, e si concentrano attorno a un centro di insegnamento già esistente a Oxford, le cui prime tracce documentarie risalgono almeno al 1096. La crescita è rapida: nel 1188 lo storico Gerardo del Galles tiene una lettura pubblica davanti a una platea già consistente di scolari oxoniensi, e nel 1190 arriva il primo studente straniero documentato, Emo di Frisia.

Oxford riproduce, con un ritardo di pochi decenni, lo stesso processo di istituzionalizzazione già osservato a Bologna e Parigi: la nomina di un chancellor, attestata almeno dal 1214, e il riconoscimento dei maestri come corporazione, una universitas, nel 1231. Un episodio violento, l’esecuzione di due studenti accusati di omicidio nel 1209, provoca però una scissione: un gruppo di maestri e studenti abbandona Oxford e si trasferisce più a nord, fondando quella che diventerà l’Università di Cambridge. È un pattern che la storia delle università europee ripeterà più volte nei decenni successivi (lo stesso accadrà, qualche anno dopo, con la fondazione di Padova da parte di un gruppo dissidente proveniente da Bologna, e con quella di Tolosa nata dalla diaspora parigina del 1229): la frattura interna a un’istituzione consolidata genera nuovamente, una nuova istituzione concorrente, senza disperdere il sapere accumulato.

Il curriculum oxoniense del periodo, ricostruito dagli storici attraverso gli statuti più tardi, conserva ancora la struttura tradizionale delle arti liberali ereditata dall’Alto Medioevo, il trivio (grammatica, logica, retorica) seguito dal quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica), prima dell’accesso alle facoltà superiori di teologia, diritto canonico o medicina. Lo studente tipico inizia il percorso attorno ai sedici anni e affronta un ciclo di studi paragonabile, per durata, ai lunghi apprendistati delle corporazioni artigiane urbane, un parallelo che gli storici sottolineano spesso e che rafforza ulteriormente l’analogia, già proposta in questo articolo, tra il grado accademico e il grado professionale delle arti e mestieri.

Il valore di Oxford per il filo conduttore di questo studio sta proprio in questo meccanismo di rete: i docenti e gli studenti che si muovono tra Bologna, Parigi e Oxford, portando con sé metodi, testi e tecniche di insegnamento, costruendo una circolazione internazionale del sapere che precede di secoli, e in forma assai più ridotta, la rete delle élite tecnocratiche e accademiche transnazionali che caratterizzerà l’epoca contemporanea, quella in cui i nostri dati, non sono più i testi giuridici o teologici, ma diventeranno la risorsa più contesa, e le corporazioni sovranazionali, non più le università comunali, diverranno i nuovi centri di produzione del sapere legittimante.

Il triangolo fondativo Bologna, Parigi, Oxford non resta isolato per molto. Nel giro di pochi decenni, il modello si replica per gemmazione su tutto il continente: Padova nel 1222, per scissione da Bologna, Napoli nel 1224, fondata direttamente per volontà dell’imperatore Federico II di Svevia, con un atto di imperio che ne fa la prima università laica e statale d’Europa, nata non per iniziativa spontanea di maestri o studenti ma per decreto sovrano, e Salamanca nel 1218, per volontà del re di León. Ogni potere temporale europeo, osservando il prestigio e i vantaggi economici accumulati da chi ospita uno studium riconosciuto, comincia a volerne uno proprio, replicando lo schema già osservato a proposito della rete cluniacense nell’articolo precedente: un modello organizzativo di successo si diffonde non per imitazione spontanea, ma perché ogni potere locale comprende che il prestigio del modello, una volta dimostrato altrove, è una risorsa che vale la pena importare e controllare direttamente.

VI. Dal grado accademico al grado iniziatico

Il modello iniziatico che la serie ha osservato negli ordini monastico-cavallereschi e nei monaci cluniacensi (l’accesso graduale al sapere riservato, la progressione per livelli di fiducia, l’uso di un linguaggio tecnico che funziona anche come marcatore di appartenenza) non scompare con la nascita delle università, si secolarizza. Il baccellierato, la licenza e il dottorato sono gradi che assolvono esattamente la stessa funzione sociale dei voti monastici: filtrano l’accesso a una competenza rara, costruiscono una gerarchia interna riconosciuta dall’esterno, e producono una casta che parla una lingua tecnica (il latino scientifico, il diritto romano, la logica scolastica) comprensibile solo a chi ha attraversato l’intero percorso.

Il sistema della pecia descritto in apertura, e il privilegio giuridico negoziato da Bologna con l’imperatore, mostrano insieme le due facce della stessa medaglia: da un lato la moltiplicazione controllata dell’accesso al sapere, dall’altro la protezione giuridica di chi quel sapere lo produce e lo certifica. È una combinazione che il lettore di questa serie, se segue con attenzione la traiettoria complessiva annunciata fin dall’Articolo 0, riconoscerà come lo schema ricorrente di ogni élite che sopravvive nei secoli: non il monopolio assoluto di una risorsa, che genererebbe rigetto e ribellione, ma la sua gestione regolata, tariffata, certificata da un’autorità riconosciuta come legittima.

Questa è la cerniera che porta verso l’architettura gotica e le corporazioni dei costruttori medievali, le logge muratorie che innalzano le cattedrali europee nello stesso arco di tempo in cui le università consolidano il proprio potere, meritano una trattazione interamente dedicata, perché la densità simbolica della pietra, della geometria sacra e dell’organizzazione corporativa dei magistri muratori non può anch’essa essere trattata di passaggio. Resta tracciata, la traiettoria di fondo che seguiremo fino ai giorni presenti: dal sapere riservato dei monasteri al sapere codificato delle università, dal grado accademico medievale alle reti accademiche e tecnocratiche contemporanee, fino al potere dei dati come nuova risorsa contesa e alle corporazioni sovranazionali e ai poteri ombra, di cui questa pubblicazione si è già occupata nella serie dedicata al gruppo Bilderberg, come ultimo anello di una catena che attraversa duemila anni con lo stesso meccanismo di fondo: chi detiene una competenza rara, e la organizza in forma di casta, negozia con il potere temporale autonomia in cambio di legittimazione. Cambiano gli attori, cambiano i linguaggi tecnici, cambia il supporto materiale del sapere, dalla pergamena copiata ai server che oggi custodiscono l’oro digitale dei dati. Il meccanismo, attraversa otto secoli ma, resta sorprendentemente lo stesso.

Fonti

Authentica Habita, Enciclopedia Treccani

Scuola bolognese dei glossatori, Wikipedia

Irnerio, Università di Bologna, Alumni e personaggi celebri

Dieta di Roncaglia, Wikipedia

Università nel Medioevo, Wikipedia

University of Oxford, Wikipedia (EN)

Università di Cambridge, Wikipedia

Sciopero studentesco del 1229 all’Università di Parigi, Wikipedia

Scuola di Chartres, Wikipedia

In Petiis. Il sistema della pecia e la produzione del libro universitario nel XIII secolo, Arbor Sapientiae

Le Università nell’Italia medievale, P. Rosso, sintesi su Studocu