Serie: Il Mistero del Potere, Articolo VII di XIII
I. La crepa nel sigillo
31 ottobre 1517: un monaco agostiniano affigge alla porta della chiesa del castello di Wittenberg novantacinque tesi contro la vendita delle indulgenze. Per la storiografia è l’atto di nascita della Riforma protestante. Per la lettura che questa serie si propone, è qualcosa di più preciso e più freddo. È la prima crepa visibile in un sigillo che, dai tempi di Damaso (papa dal 366 al 384, quando la Chiesa romana ereditò le prerogative del Pontifex Maximus pagano), aveva garantito a un solo centro la funzione di mediatore esclusivo fra il divino e la comunità dei fedeli.
Le indulgenze non sono, in questa lettura, un dettaglio di teologia sacramentale. Sono una tecnologia finanziaria del sacro: il “tesoro dei meriti” accumulato dai santi, amministrato a Roma, convertibile in denaro sonante per finanziare, fra le altre cose, la nuova basilica di San Pietro. Il predicatore Johann Tetzel, che vendeva indulgenze in Sassonia con un linguaggio commerciale spregiudicato “la moneta che tintinna nella cassetta libera l’anima dal purgatorio”, si diceva riassumesse. È, in realtà, il volto pubblico di un meccanismo assai più ampio. Infatti, una parte consistente dei proventi era destinata a saldare i debiti contratti dall’arcivescovo di Magonza, Alberto di Brandeburgo, con la banca Fugger di Augusta, per acquistare la propria porpora cardinalizia. È lo stesso circuito, aggiornato di un secolo e spostato di qualche latitudine, che nel capitolo precedente di questa serie abbiamo visto nascere a Firenze. Il sacro come risorsa da gestire, il potere spirituale come rendita e la banca come infrastruttura invisibile della legittimazione. Lutero non attacca un abuso isolato. Attacca l’infrastruttura stessa che rende tale rendita possibile e lo fa proprio mentre tutto ciò è nelle mani di una Roma medicea (il papa regnante, Leone X, è un Medici) che il denaro fiorentino aveva già, di fatto, comprato.
Ciò che rende la crepa irreversibile non è solo il contenuto delle tesi, ma il canale attraverso cui si diffondono. Le tesi di Lutero, pensate come materiale per una disputa accademica interna, vengono tradotte dal latino al tedesco, stampate e distribuite in tutta l’area germanica nel giro di poche settimane, grazie a una tecnologia, la stampa a caratteri mobili, che un secolo prima aveva reso possibile anche la rapida diffusione delle traduzioni ermetiche fiorentine (un Google ante litteram). Il sigillo che si incrina non è quindi solo dottrinale. È strutturale ed è amplificato da un mezzo di comunicazione che nessuna autorità, per quanto centralizzata, può più controllare capillarmente. Per un millennio l’Europa cristiana aveva funzionato, almeno nell’ideale, come un sistema a un solo canale: un solo Vicario di Cristo, una sola gerarchia legittimata a dispensare salvezza, un linguaggio liturgico, un unico calendario delle verità. Il gesto di Wittenberg non propone una correzione a questo sistema. Ne moltiplica i canali, e la stampa li rende irreversibili.
Il contraccolpo è quasi immediato e non resta confinato alla teologia. Nel 1524 e nel 1525 contadini e ceti popolari dell’area germanica, radicalizzando in senso sociale ed egualitario alcuni temi luterani (con figure come Thomas Müntzer, che Lutero stesso condannerà senza esitazioni), danno vita a una rivolta di massa nota come Guerra dei contadini, repressa nel sangue con l’appoggio degli stessi principi che si erano convertiti alla nuova fede. È la prima dimostrazione, appena sette anni dopo Wittenberg, che aprire un canale di legittimazione alternativo non significa aprirne uno solo: significa aprire una concorrenza fra interpretazioni che nessuno, nemmeno chi l’ha innescata, può più richiudere a piacimento. A Zurigo, quasi in parallelo, Ulrico Zwingli avvia una propria riforma, distinta da quella luterana su punti dottrinali non negoziabili (in particolare sull’interpretazione dell’eucaristia), a dimostrazione che anche il campo protestante non produce un fronte unico, ma una costellazione di centri rivali.
Ciò che segue, nel secolo che attraverseremo, non è quindi soltanto la storia di una disputa teologica che sconfina occasionalmente nella politica. Ma la storia di come il potere europeo, privato del suo unico centro simbolico, si riorganizzerà lungo linee nuove: territoriali (con la Pace di Augusta), imperiali (con l’ultimo, fallito, sogno universale di Carlo V) e infine oceaniche e corporative, con una nuova invenzione giuridica, quella della Compagnia olandese delle Indie Orientali, che non ha precedenti nella storia del potere occidentale (potremmo dire la vera prima e propria multinazionale). È anche la storia di come, ai margini di questa grande riorganizzazione, un solo uomo, colto, ambizioso e visionario, incarnerà nella propria biografia, il passaggio dall’ermetismo fiorentino che abbiamo raccontato nel capitolo precedente a un progetto imperiale radicalmente nuovo: quello britannico.
II. Una guerra per una legittimazione
Chiamare “Riforma e Controriforma” ciò che accade fra il 1517 e il 1563 rischia di far percepire l’evento come un dibattito, per quanto acceso, fra teologi. È più utile invece leggerlo per ciò che effettivamente è: una sporca guerra; condotta con eserciti reali, per il controllo del meccanismo di legittimazione del potere in Europa.
Nel 1530, ad Augusta, i principi tedeschi convertiti alla Riforma presentano a Carlo V la Confessione augustana, redatta da Filippo Melantone. Il primo tentativo di dare al luteranesimo una forma dottrinale unitaria e presentabile a un’assise imperiale, quindi un tentativo di legittimazione formale, non più solo teologica ma costituzionale, di un potere alternativo a Roma. È un passaggio importante. La Riforma smette di essere una protesta e comincia a darsi un’architettura istituzionale propria, con confessioni di fede che funzionano, per i territori che le adottano, come nuove carte fondative dell’autorità.
Ginevra è il laboratorio più istruttivo di questa nuova architettura. Quando Giovanni Calvino vi fa ritorno nel settembre 1541, dopo un esilio a Strasburgo, presenta al Consiglio cittadino le Ordinanze ecclesiastiche, approvate il 20 novembre di quell’anno. Il testo istituisce il Concistoro, un organo misto di pastori e laici incaricato di sorvegliare la disciplina morale della città. Contrasto delle “superstizioni” (cioè dei residui cattolici), controllo dei costumi, disciplina sessuale e frequentazione delle funzioni, persino l’imposizione di nomi biblici ai neonati al posto dei nomi dei santi! È un nuovo canale di legittimazione, alternativo a Roma, fondato non su una successione apostolica, ma su una comunità testuale e su un apparato disciplinare capillare, esteso perfino alla vita privata dei cittadini.
La vulgata, cattolica e poi illuminista, ha trasformato Calvino nel dittatore assoluto di una teocrazia totale, un’immagine tanto diffusa che uno dei suoi stessi avversari, secondo un detto dell’epoca, preferiva l’inferno con Beza al paradiso con Calvino. La storiografia più recente invita a ridimensionare questa immagine, o quantomeno a datarla con più precisione: le Ordinanze del 1541 concedono al Concistoro solo il potere di ammonire, non quello di scomunicare, e il Consiglio cittadino lo ribadisce esplicitamente nel 1543 e ancora nel 1553. È solo nel 1555, dopo la sconfitta della fazione a lui avversa (i cosiddetti libertini o perrinisti), che i sostenitori di Calvino ottengono il controllo pieno del Consiglio e, con esso, l’autonomia disciplinare della Chiesa dallo Stato cittadino. Per quattordici anni, in altre parole, la “teocrazia ginevrina” fu più un progetto conteso che un fatto compiuto. L’esecuzione per eresia dell’antitrinitario Michele Serveto, nel 1553, va letta in questa luce. Non come l’atto di un tiranno incontrastato, ma come uno degli ultimi episodi di uno scontro di potere tuttora aperto, in cui lo stesso Calvino dovette faticare per ottenere dal Consiglio una condanna che riteneva dottrinalmente necessaria. Il punto, però, non è assolvere Calvino, ma non prestargli, per pigrizia narrativa, un’autorità che nella prima metà del suo ministero ginevrino non possedeva ancora. Ciò che Ginevra offre al secolo, comunque la si giudichi, è un modello esportabile. Infatti, entro pochi decenni ispirerà chiese riformate in Scozia, in Francia, nei Paesi Bassi e, indirettamente, tra i puritani inglesi.
Sull’altro fronte, Roma non resta immobile. Nel 1540 Paolo III approva la Compagnia di Gesù, l’ordine fondato da Ignazio di Loyola, concepito esplicitamente come un corpo mobile e disciplinato, non vincolato alla vita monastica claustrale, da impiegare nella predicazione, nell’istruzione delle élite e nella riconquista delle anime perdute alla Riforma: è la prima volta che la Chiesa romana produce un’arma istituzionale pensata specificamente per una guerra di legittimazione, non per la sola cura pastorale (in pratica una macchina di propaganda in carne e ossa). Il Concilio di Trento, convocato dallo stesso Paolo III e aperto il 13 dicembre 1545, si protrae per diciotto anni, fino al 4 dicembre 1563, attraverso venticinque sessioni e tre pontificati (Paolo III, Giulio III, Pio IV). Non è, come si potrebbe semplificare, un semplice atto difensivo, ma la costruzione di una contro-infrastruttura completa. La definizione dogmatica dei punti contestati dai riformatori, la riforma della disciplina clericale (obbligo di residenza dei vescovi, divieto di cumulo dei benefici), la codificazione della liturgia, il rilancio della formazione dei sacerdoti attraverso l’istituzione dei seminari diocesani, e infine il controllo sistematico della stampa attraverso un Indice dei libri proibiti che, negli anni immediatamente successivi alla chiusura del Concilio, viene riorganizzato su base tridentina.
Stiamo assistendo ad un meccanismo per cui il potere non solo si riorganizza, dopo essere stato ferito, ma aumenta smisuratamente il controllo sulla libertà di pensiero dell’essere umano. Perpetra e istituzionalizza: Codificazioni, formazione specifica, censura, insomma fa esattamente ciò che ci aspetteremmo da chi ha paura di perdere il proprio potere dopo uno shock sociale, ossia impedire a coloro che ne subiscono l’influenza di poterlo mettere in discussione.
I due fronti, infatti, non discutono. Costruiscono, ciascuno per proprio conto, l’infrastruttura amministrativa e disciplinare che dovrà garantirgli la sopravvivenza nel secolo successivo: un clero di nuovo tipo da un lato (i gesuiti e seminari), un laicato disciplinato dall’altro (Concistoro ginevrino e comunità riformate). È una guerra per l’egemonia sul meccanismo stesso della legittimazione, combattuta con concili, sinodi, catechismi e, se necessario, con eserciti. Il tutto sotto il tetto di un impero che ancora crede, o almeno spera, di poter tenere insieme l’intero edificio.
III. L’ultimo sogno universale
Carlo V d’Asburgo eredita, nel 1519, un’accumulazione dinastica senza precedenti: la corona di Spagna, i domini borgognoni nei Paesi Bassi, i possedimenti austriaci, il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero (ottenuto anche grazie ai prestiti della banca Fugger di Augusta, che finanziò la sua elezione contro il rivale Francesco I di Francia), e presto l’oro e l’argento delle Americhe. È nella sua stessa persona, l’ultimo tentativo credibile di universalismo cattolico-imperiale: un solo sovrano, per grazia divina, a capo di un solo impero cristiano che dovrebbe ricomporre ciò che la Riforma sta frantumando.
Il regno di Carlo è, in pratica, una guerra pressoché ininterrotta su più fronti. Contro la Francia di Francesco I e poi di Enrico II per il controllo dell’Italia, contro l’espansione ottomana di Solimano il Magnifico nel Mediterraneo e lungo il Danubio, e contro i principi protestanti tedeschi in patria. Il tentativo di ricomposizione fallisce, ma fallisce in modo istruttivo. Carlo ottiene vittorie militari, anche decisive, come la disfatta inflitta alla Lega di Smalcalda a Mühlberg nel 1547, dopo la quale fa prigionieri l’elettore di Sassonia e il langravio Filippo d’Assia. Ma le vittorie sul campo non si traducono in unità duratura: nel 1552 i principi protestanti, alleati questa volta con la Francia cattolica di Enrico II (a dimostrazione che, ormai, le alleanze si dettano per interesse e potere politico e non più per fede condivisa), costringono lo stesso Carlo alla fuga da Innsbruck. Nel 1555 è costretto ad accettare, ad Augusta, un compromesso che fu l’esatta certificazione giuridica della frattura. Il principio cuius regio, eius religio, per cui è il principe territoriale e non più un’autorità universale, a decidere la confessione religiosa dei propri sudditi, luterana o cattolica che sia (il calvinismo resta escluso dall’accordo e continuerà, per decenni, a essere una religione senza status giuridico riconosciuto nell’Impero). La religione, da pretesa di verità universale, diventa una variabile amministrativa su base locale. Praticamente il funerale burocratico dell’idea stessa di cristianità unificata, sancito non da un concilio, ma da una dieta imperiale.
Il prezzo di questa guerra permanente resta, in senso letterale, meramente finanziario. Il debito fluttuante della Spagna, che nel 1516 ammontava a circa ventimila lire, si gonfia fino a superare i sette milioni di ducati nel 1556. Un’esposizione resa possibile solo dal credito concesso dai banchieri Fugger e Welser e ripagata a fatica con i primi, ma ancora modesti, flussi d’argento americano, che solo negli anni Cinquanta cominciano ad arrivare in quantità significative dalle miniere di Potosí. Anche l’ultimo imperatore universale, in altre parole, dipende dallo stesso circuito bancario che, un capitolo prima, aveva comprato il papato mediceo. A riprova che la crisi di legittimità religiosa del secolo cammina sempre appaiata a una rete creditizia privata capace di finanziare, quindi di condizionare, chiunque pretenda l’autorità suprema. Un meccanismo parassitario che si nutre di chi insegue il desiderio del potere.
Ormai esausto, in debito e tormentato dalla gotta, Carlo V abdica in una serie di atti scaglionati. Cede prima i Paesi Bassi al figlio Filippo il 25 ottobre 1555, poi la corona di Spagna il 16 gennaio 1556, e infine, sempre nel 1556, anche il titolo imperiale al fratello Ferdinando (il quale sarà eletto ufficialmente imperatore solo nel 1558). Si ritira nel monastero di Yuste, in Estremadura, dove trascorre gli ultimi anni fra devozione e nostalgia del potere e dove morirà nel 1558. L’eredità si spacca in due tronconi definitivi: il ramo austriaco, con Ferdinando e il titolo imperiale ormai svuotato dalle pretese universali e il ramo spagnolo, con Filippo II che erediterà Spagna, Paesi Bassi, possedimenti italiani e un intero impero coloniale americano. Filippo diventerà, nella pubblicistica dell’epoca, la “spada della Controriforma”, ma governa un mondo cristiano già strutturalmente plurale, senza più le ambizioni di tornare a essere uno. Passerà buona parte del proprio regno a contenere, senza mai davvero riuscirci, le rivolte delle stesse Province Unite dei Paesi Bassi che, di lì a pochi decenni, genereranno l’invenzione raccontata nel prossimo paragrafo.
Con Carlo V si chiude, in Europa, l’ultima stagione in cui una singola figura poteva plausibilmente rivendicare la sintesi fra autorità imperiale e autorità religiosa universale. Da qui in avanti il potere non tornerà a concentrarsi in un solo vertice verticale. Si moltiplicherà, e lo farà lungo un asse del tutto nuovo, orizzontale, che l’antica teologia politica non aveva neanche un termine adatto nel proprio vocabolario per descriverlo.
IV. La sovranità in azione
Mentre l’Europa continentale divide la propria autorità spirituale in appezzamenti territoriali, altrove si sta inventando qualcosa di inedito. Una forma di sovranità staccata dalla corona e dall’altare, e assegnata a un soggetto commerciale.
Portoghesi e spagnoli avevano già sperimentato, nel secolo precedente, forme di monopolio commerciale garantito dalla corona sulle rotte atlantiche e asiatiche, restando però sempre entro il quadro di un’autorità regia diretta. La Casa de Contratación spagnola resta un’articolazione della corona, non un soggetto autonomo. Anche l’Inghilterra si muove in questa direzione, fondando nel dicembre 1600 la propria Compagnia delle Indie Orientali, ma è nelle Province Unite, repubblica mercantile priva di una corte dinastica ingombrante, che il salto qualitativo trova terreno più fertile. Il 20 marzo 1602 gli Stati Generali delle Province Unite dei Paesi Bassi concedono alla “Verenigde Oostindische Compagnie”, la Compagnia olandese delle Indie Orientali, una carta ventennale che unisce sei compagnie rivali in un solo soggetto giuridico. Il capitale iniziale, oltre sei milioni di fiorini, viene raccolto attraverso la prima emissione azionaria pubblica su larga scala della storia europea, aperta non solo ai grandi mercanti ma anche ad artigiani e piccoli risparmiatori: nasce, di fatto, la società per azioni a capitale permanente.
Tuttavia, è il contenuto della carta a segnare la vera cesura. Alla Compagnia non viene concesso soltanto il monopolio commerciale sulle rotte comprese fra il Capo di Buona Speranza e lo Stretto di Magellano. Le viene concesso il diritto di dichiarare guerra, firmare trattati con sovrani stranieri, costruire fortezze, mantenere eserciti e flotte proprie, amministrare la giustizia sui propri territori e sui propri dipendenti. Sono, senza eufemismi, funzioni sovrane, quelle che fino ad allora erano appartenute esclusivamente a corone o a entità ecclesiastiche, delegate per contratto a un consorzio di investitori privati. La Compagnia non conquista territori in nome di un re. Li conquista in nome proprio, con capitali raccolti in borsa, e nel 1619 fonderà persino una propria capitale coloniale, Batavia (l’odierna Giacarta), come sede del proprio governo asiatico. Non notate la somiglianza con i grandi conglomerati contemporanei? Nell’arco di due secoli di attività, prima della propria dissoluzione nel 1799, la Compagnia arriverà a impiegare decine di migliaia di persone e a organizzare quasi cinquemila viaggi fra i Paesi Bassi e l’Asia, contro i circa duemilaseicento della sua rivale e omologa inglese, la Compagnia delle Indie Orientali fondata a Londra due anni prima: un divario di scala che racconta, meglio di molte pagine di teoria, quale delle due potenze marittime protestanti abbia per prima compreso appieno la portata dello strumento appena inventato.
E qui è necessaria una bandiera editoriale, questa volta è un confine che questa serie ha già tracciato e che vale la pena ribadire con fermezza. Come nel capitolo quinto abbiamo distinto con cura le corporazioni operative medievali dalla massoneria speculativa nata solo nel 1717. Lo stesso rigore va applicato qui, nella direzione opposta. La Compagnia olandese delle Indie Orientali non va letta come una proto-società iniziatica travestita da impresa commerciale, per quanto la tentazione di leggervi un disegno occulto sia ricorrente in una certa pubblicistica cospirazionista. Il suo statuto è un contratto pubblico, discusso e approvato da un’assemblea rappresentativa, non un rituale segreto. Il suo sigillo autentica merci e trattati, non misteri. È potere corporativo-coloniale allo stato puro, ed è proprio la sua radicale novità giuridica, non un presunto substrato esoterico, a renderla l’evento decisivo di questo capitolo.
Ciò che conta, per il filo che intendiamo seguire, è la struttura del cambiamento. L’asse verticale della legittimazione (papato, impero) si è frantumato nei paragrafi precedenti di questo capitolo. Al suo posto emerge un asse orizzontale e oceanico, meno interessato alla salvezza delle anime e più “all’estrazione di ricchezza”, meno interessato ad una unità dottrinale e più al monopolio commerciale. Un potere nuovo, che ha bisogno di affermarsi e giustificarsi agli occhi dei propri contemporanei e anche di propri ideologi. L’Inghilterra, ancora indietro rispetto a Spagna e Province Unite nella corsa coloniale, ne produce uno che è, più di ogni altro personaggio di questo secolo, la cerniera vivente fra i due mondi che questo capitolo racconta: quello simbolico ed ermetico ereditato da Firenze, e quello commerciale e oceanico appena descritto.
V. Il mago della regina
John Dee nasce a Londra nel 1527 da una famiglia gallese di modeste condizioni mercantili. Studia al St John’s College di Cambridge a partire dai quindici anni, e già nel 1555, sotto il regno cattolico di Maria Tudor, viene arrestato e processato davanti alla Star Chamber con l’accusa di magia nera, per aver tracciato oroscopi della stessa Maria e della futura Elisabetta. Se ne libera, ma l’episodio segnerà per sempre la sua reputazione pubblica, sospesa fra il rispetto accademico e il sospetto occulto. Diventa uno dei matematici più rispettati d’Europa, insegna geometria avanzata a Parigi ancora giovanissimo, scrive la prefazione alla prima traduzione inglese degli Elementi di Euclide, e pone le proprie competenze in cartografia e navigazione al servizio dei navigatori inglesi che, negli anni Settanta e Ottanta del Cinquecento, cercano un passaggio a nordovest verso l’Asia, formando esploratori come Humphrey Gilbert e Martin Frobisher e mettendo a disposizione della corona la propria straordinaria biblioteca privata di Mortlake, una delle più ricche d’Inghilterra. È in uno di questi trattati, scritti negli anni Ottanta per incoraggiare l’espansione marittima inglese, che compare per la prima volta a stampa l’espressione “British Empire”. Un’espressione che Dee non si limita a coniare, ma alla quale da forma come programma politico, immaginando, per l’Inghilterra elisabettiana, un destino imperiale ancora tutto da realizzare, in aperta concorrenza con i domini già consolidati di Spagna e Portogallo.
Ed è qui, che il filo ermetico riannodato nel capitolo precedente ritorna, con un nome che i lettori di questa storia che attraversa i secoli riconosceranno con un sorriso. Nel 1463 Cosimo de’ Medici aveva ordinato a Marsilio Ficino di interrompere la traduzione di Platone per tradurre per primo il Corpus Hermeticum, facendo entrare Ermete Trismegisto nel lessico del potere colto europeo, come abbiamo già raccontato nel capitolo precedente di questa serie. Un secolo dopo, quello stesso lessico ermetico e cabalistico riemerge a Londra nella Monas Hieroglyphica che Dee pubblica nel 1564. Un trattato che condensa in un unico simbolo grafico, il “monade geroglifico”, la pretesa di un’unità cosmica del sapere, di ascendenza esplicitamente ermetica e cabalistica, capace di racchiudere in sé i simboli dei pianeti, degli elementi e delle lettere. L’ermetismo fiorentino, catturato dai banchieri per legittimare un principato mascherato da repubblica, migra così a nord e si rimette al servizio di un progetto molto diverso. Non consolidare un potere di famiglia su una città, ma costruire, dal completo nulla concettuale, l’idea stessa di impero britannico ancora inesistente sul terreno.
Dee non si accontenta della matematica e della cabala cristiana. Consulente informale della corona anche su questioni pratiche (propone a Elisabetta l’adozione del calendario gregoriano già alla fine degli anni Settanta, proposta che verrà respinta per ragioni politico-religiose, lasciando l’Inghilterra indietro di dieci giorni rispetto al continente cattolico per oltre un secolo), Dee sviluppa dal 1582, insieme al medium Edward Kelley, un ambizioso progetto di comunicazione angelica, quella che gli studiosi chiamano oggi magia enochiana. Un tentativo, condotto attraverso sedute di scrying con specchi e cristalli, di ottenere dagli angeli la rivelazione di un linguaggio primordiale e universale, precedente alla confusione di Babele. È un progetto che alcuni interpreti recenti, in particolare Jason Louv, leggono come direttamente intrecciato con l’ambizione imperiale di Dee. Lui che si immagina come un novello Merlino, l’America come una nuova Atlantide, Elisabetta come un nuovo Artù. È una lettura suggestiva, ma va segnalata come interpretazione storiografica, non come fatto documentato. La relazione esplicita fra le sedute angeliche e il programma imperiale resta, nelle fonti dirette di Dee, più implicita che dichiarata.
Sul piano dell’intelligence, più prosaico, ma altrettanto denso di leggenda, Dee viene descritto da diversi biografi come probabilmente coinvolto nella raccolta di informazioni per la corona durante i suoi viaggi continentali, grazie ai rapporti che intratteneva con William Cecil e Francis Walsingham, gli architetti dell’apparato di sicurezza elisabettiano. Un rapporto del 1570, la Brytannicae Reipublicae Synopsis (o Summario della Repubblica Britannica), viene talvolta citato come prova di questo ruolo informativo, poiché offre alla regina un’analisi organica dello stato economico, politico e militare del regno, un genere di documento più affine a un briefing strategico che a un trattato accademico. Anche qui, tuttavia, gli storici concordano solo su un “probabilmente”. Il ruolo di Dee come agente formale dei servizi non è documentato con la stessa certezza con cui lo sono, ad esempio, i suoi lavori cartografici.
Qui si rende necessaria un’altra bandiera editoriale, forse la più importante di questo capitolo, perché riguarda uno degli aneddoti più ripetuti e meno verificati dell’intera cultura pop occidentale. Circola da decenni, riprodotto su innumerevoli siti e persino in alcuni saggi divulgativi, il racconto secondo cui Dee firmasse le proprie missive riservate alla regina con il codice “007”, due cerchi (i propri occhi, al servizio esclusivo di quelli della sovrana) sormontati da un sette portafortuna, e che Ian Fleming se ne sarebbe ispirato per il nome del proprio agente segreto, magari dopo aver letto proprio una biografia di Dee. La nostra disciplina delle fonti ci impone di essere netti: la storia non regge. Origina da una biografia del 1968 firmata da Donald McCormick sotto lo pseudonimo di Richard Deacon, un autore che, secondo la stessa voce enciclopedica a lui dedicata, era notoriamente attratto, nella propria vasta produzione su temi di spionaggio, proprio dai soggetti su cui le prove verificabili scarseggiavano (fu persino citato in giudizio, anni dopo, dal fisico Rudolf Peierls per un’accusa infondata di spionaggio contenuta in un altro dei suoi libri). Nel 2010 la studiosa Teresa Burns ha condotto una ricognizione sistematica delle firme autentiche di Dee giunte fino a noi e non ne ha trovata alcuna che assomigli, anche vagamente, a un “007”. La grafia reale di Dee, per usare le sue stesse parole, ricorda piuttosto un turbine che una sigla. Nessuna fonte primaria del Cinquecento corrobora l’aneddoto, che pure continua a essere ripreso, con variazioni sempre più fantasiose, da libri, articoli e persino guide turistiche. Lo segnaliamo perché rappresenta un caso da manuale di come un dettaglio esteticamente perfetto, buono per una fiction, possa sedimentarsi come fatto storico semplicemente per essere stato ripetuto abbastanza volte e quanto sia necessario, per chi scrive di storia del potere e dell’esoterismo, resistere proprio ai dettagli più affascinanti quando la base documentale è debole.
Ciò che invece è documentato oltre ogni dubbio è la funzione strutturale di Dee in questo capitolo della nostra serie. È l’uomo in cui il retaggio ermetico fiorentino, l’ambizione coloniale inglese ancora acerba, e la prossimità (reale o presunta) agli apparati di potere elisabettiani si fondono in una sola biografia. Nessun altro personaggio di questo secolo incarna con altrettanta precisione il passaggio dal sapere come legittimazione di un principato italiano, al sapere come legittimazione di un impero ancora da costruire. Ed è proprio l’ambizione angelica di Dee, guardata con crescente sospetto a corte dopo il 1583, a condurlo, infine, nell’unico luogo d’Europa ancora disposto a finanziarla su scala davvero imperiale.
VI. Il crogiolo di Praga
Rodolfo II d’Asburgo, imperatore dal 1576, sposta la propria residenza da Vienna a Praga e ne fa, per oltre tre decenni, il più intenso laboratorio di patronato esoterico che l’Europa abbia mai conosciuto. Nel Castello di Praga convivono, in anni sovrapposti, gli astronomi Tycho Brahe e Johannes Kepler (impegnati, per obbligo di corte, anche in oroscopi e previsioni astrologiche, benché il loro lavoro scientifico, dalle osservazioni di Brahe alle leggi di Kepler sul moto planetario, resti fra i più solidi dell’intera epoca), il pittore manierista Arcimboldo e dal 1584 circa, proprio John Dee ed Edward Kelley, in cerca di un mecenate disposto a finanziare la ricerca del linguaggio angelico e della pietra filosofale. Rodolfo raccoglie inoltre, nelle proprie Kunstkammer (le celebri camere delle meraviglie del castello), collezioni di naturalia, meccanismi, opere d’arte ed enigmi esoterici che testimoniano un’unica, ininterrotta ambizione: possedere, se non il potere di governare tutto, almeno la conoscenza totale del creato.
Dobbiamo resistere alla tentazione romantica dell'”alchimista praghese” e continuare a leggere il fenomeno funzionalmente. Rodolfo regna su un impero che, dopo Augusta, ha già perso ogni pretesa di unità dottrinale, e la cui autorità politica reale si è ridotta, nei fatti, a un mosaico di principati sempre più autonomi, con una dieta imperiale sempre più refrattaria alle proprie richieste fiscali e militari. Il patronato occulto diventa, per un sovrano dai poteri territoriali in contrazione, un modo alternativo di rivendicare un’autorità. Non più sui confini o sulle coscienze, ma sui segreti ultimi della natura. Se non si può più essere il garante politico dell’unità cristiana, si può ambire a essere il custode dei suoi misteri più profondi. È lo stesso meccanismo di compensazione simbolica che questa serie ha già osservato altrove, da Roma tardoantica alle corti medievali. Il potere, quando non può più essere esercitato pienamente sul piano orizzontale del territorio, lo si trasla su quello verticale, o presunto tale, del sapere occulto.
Tuttavia, Dee a Praga, non trova l’accoglienza sperata. Le sue pratiche angeliche vengono giudicate poco ortodosse anche per gli standard elastici della corte rodolfina. Sospettate, persino di eterodossia religiosa dal nunzio pontificio, nel 1586 è costretto a cercare fortuna altrove in Boemia, presso il nobile Vilém di Rožmberk, anch’egli appassionato di occulto e proprietario di vasti possedimenti nella Boemia meridionale. Kelley, al contrario, riesce a conquistarsi un ruolo stabile e persino un titolo nobiliare presso l’imperatore, prima di cadere in disgrazia (arrestato con l’accusa di un duello illegale, secondo alcuni resoconti, ma più probabilmente per non aver mantenuto le promesse fatte sulla trasmutazione dei metalli) e morire in circostanze rimaste oscure. Dee farà infine ritorno in Inghilterra nel 1589, per scoprire che, in sua assenza, la propria casa di Mortlake e la propria straordinaria biblioteca erano state in parte saccheggiate. L’impero che aveva contribuito a immaginare non aveva saputo, o voluto, proteggere il proprio immaginifico architetto, che morirà in povertà relativa fra il 1608 e il 1609, sopravvissuto alla propria stessa idea.
Il crogiolo praghese di Rodolfo II, però non si esaurisce con la partenza di Dee. Continua a ribollire fino ai primi anni del Seicento, alimentato da un clima culturale più ampio, di matrice paracelsiana ed ermetica, che attraversa allora l’intera Europa centrale, dalle università protestanti tedesche alle corti minori boeme e sassoni. È esattamente da quel clima, nel decennio immediatamente successivo alla morte di Rodolfo (deposto nel 1611 dal proprio fratello Mattia, morto l’anno seguente), che usciranno i primi manifesti a stampa di una fratellanza segreta la cui reale esistenza organizzativa resta, ancora oggi, materia di controversia storiografica.
Il Cinquecento che abbiamo attraversato si chiude dunque su un paradosso che vale la pena lasciare in sospeso, come un sigillo non ancora del tutto raffreddato. Il secolo si è aperto con la frattura di un’autorità sacra unica, capace fino a quel momento di parlare, almeno in teoria, con una sola voce. Si chiude con un imperatore che, ha perso ogni autorità sacra reale sul terreno e cerca disperatamente di riconquistarla nei laboratori alchemici del proprio castello, fra specchi, crogioli e oroscopi. Fra i due estremi, un mercante olandese ha inventato una sovranità senza necessità del sacro, puramente contrattuale, capace di dichiarare guerra e amministrare giustizia senza mai invocare un dio o un papa. Un mago gallese, alle prese con angeli che forse non gli hanno mai davvero parlato, ha inventato un impero senza territorio, puramente immaginato, che il secolo successivo invece renderà concreto ben oltre ciò che lui stesso avrebbe potuto immaginare. Saranno queste due invenzioni, la sovranità corporativa e l’immaginazione imperiale a definire davvero il potere che l’Europa porterà nel secolo successivo.