Serie Il Mistero del Potere articolo XI di XIII Parte I
I. Bussola
Questo articolo introduce una cesura nella struttura della serie. Il volume di materiale documentato per il periodo 1900-1945 rendeva impossibile trattarlo in un solo pezzo senza sacrificare la disciplina analitica che ha retto i dieci articoli precedenti, e quindi ho scelto di dividerlo in due parti, pur mantenendo la numerazione unica dell’Articolo XI. Questa prima parte copre gli anni dalla nascita dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion alla presa del potere di Hitler nel 1933. La seconda affronterà la piena statalizzazione del linguaggio iniziatico sotto i regimi totalitari, fino alla liquidazione del 1945.
La lente resta quella adottata dall’Articolo I della serie: funzionale, non ontologica. Non ci interessa se le dottrine esoteriche discusse in queste pagine fossero vere o false nei termini in cui i loro sostenitori le presentavano, ci interessa quale funzione abbiano svolto per chi le ha usate, prodotte o combattute. Nell’Articolo X abbiamo visto l’esoterismo perdere, nel corso dell’Ottocento, la propria funzione di tecnologia di coesione elitaria. Il potere si sposta nella narrazione costruita sopra l’esoterismo e non nell’esoterismo stesso. Questa prima metà del Novecento mostra l’inizio del processo attraverso cui quella narrazione, fino a questo momento prodotto editoriale e culturale, comincia a essere assorbita da apparati statali e paraistituzionali. Il processo si completerà solo nella seconda parte, ma iniziamo già qui ad osservarne la genesi. Un mercato dell’occulto in piena espansione, una falsificazione documentale che sopravvive alla propria confutazione, un piccolo circolo bavarese che finanzia un giornale, uno Stato italiano che comincia a scegliere quale linguaggio simbolico tollerare e quale reprimere.
Lo schema metodologico che seguiamo per l’intero Articolo XI, in entrambe le sue parti, è quello proposto da Monica Black ed Eric Kurlander nel volume collettaneo Revisiting the “Nazi Occult” del 2015 cioè un rifiuto della lettura che vorrebbe radici occulte del nazionalsocialismo e anche della visione, opposta, che ne minimizza il fenomeno riducendolo alla sola persecuzione dell’occulto da parte del regime. La relazione che tali autori propongono è pragmatica e strumentale ed è esattamente la lente che vogliamo adottare qui.
Una delimitazione necessaria prima di proseguire. La letteratura su questo periodo, soprattutto quella che riguarda le sue propaggini tedesche, è tra le più inquinate della storiografia contemporanea. A partire dai bestseller di Pauwels e Bergier in poi esiste un’industria editoriale che vende Vril, Agarthi e ordini magici come se fossero fatti accertati invece che invenzioni postume. Il criterio che seguiamo è esattamente l’opposto. Infatti, ogni affermazione sarà ancorata a un fatto materiale verificabile: un documento, una transazione, una data o un bilancio societario. Dove il fatto materiale non c’è, sarà dichiarato assente e ciò verrà detto esplicitamente nel corpo del testo.
Perché due articoli e non uno solo. Non per ragioni di lunghezza editoriale (anche), ma soprattutto perché il periodo tra il 1900 e il 1945 contiene almeno cinque processi distinti che meritano ciascuno un respiro proprio: la carriera dei Protocolli, la nascita dell’ariosofia, l’emergere di uno Stato italiano che sceglie cosa reprimere, la piena statalizzazione tedesca del linguaggio iniziatico sotto le SS e la liquidazione finale del 1941-45. Comprimerli avrebbe significato trattare almeno uno di questi processi per allusione ed è esattamente il tipo di scorciatoia che si vuole evitare in un articolo dove la disciplina delle fonti conta molto più della quantità.
II. Il mercato dell’occulto.
Dopo la morte di Helena Blavatsky nel 1891, la Società Teosofica non si ferma, anzi, si standardizza, si dota di un’ortodossia dottrinale attorno a La dottrina segreta e sotto la presidenza di Annie Besant si allarga in una rete di alleanze con la Co-Masonry (un ramo della massoneria che ammette anche le donne), e con la Chiesa Cattolica Liberale (una chiesa esoterica di rito cristiano). È un’espansione che produce, quasi meccanicamente, le proprie scissioni: nel 1895 William Quan Judge rompe con Besant e fonda un’organizzazione rivale in America; nel 1912 la maggioranza della sezione tedesca segue Rudolf Steiner fuori dalla Società, portando con sé la gran parte dei teosofi tedeschi nella neonata Società Antroposofica.
La scissione di Steiner non è dottrinale in senso astratto, nasce da un caso concreto. Nel 1911 Besant e il suo collaboratore Charles Leadbeater fondano l’Ordine della Stella d’Oriente per preparare il mondo alla venuta di un nuovo Maestro, identificandolo in un adolescente indiano, Jiddu Krishnamurti. È il punto in cui l’ortodossia teosofica smette di essere dottrina condivisibile e diventa culto della persona di un singolo individuo: Steiner non lo accetta e se ne va. L’Ordine crescerà fino a rivendicare decine di migliaia di aderenti nel dopoguerra, per poi essere sciolto dallo stesso Krishnamurti nel 1929, quando il ragazzo diventato uomo rifiuterà pubblicamente il ruolo messianico che gli era stato attribuito, in uno dei rari casi in cui il soggetto di un culto della personalità ne provoca da solo lo smantellamento.
Nello stesso periodo Besant investe il proprio capitale simbolico teosofico nella causa dell’autonomia indiana, portando la retorica della fratellanza universale teosofica a saldarsi con il nazionalismo anticoloniale, un nesso che si consoliderà nel decennio successivo quando Besant guiderà per un anno la Indian Home Rule League, prima di essere superata nella leadership del movimento da Gandhi nel 1919. È il primo caso della serie in cui una rete esoterica transnazionale funziona da incubatore organizzativo per un movimento politico che con l’esoterismo, di per sé, non ha nulla a che fare. La funzione è infrastrutturale, non dottrinale ed è lo schema che ritroveremo, in forma molto più cruda, nella sezione V di questo articolo.
Quello che emerge da questo decennio non è tanto una dottrina quanto un mercato: riviste, ordini, scissioni, marchi concorrenti che si dividono lo stesso pubblico borghese europeo e nordamericano in cerca di senso dopo il declino delle chiese tradizionali e prima della catastrofe della guerra. È un mercato che si regge sulla stessa infrastruttura materiale di ogni altro prodotto editoriale del tempo, la stampa a basso costo e la distribuzione postale su scala continentale, la stessa infrastruttura che nella sezione successiva permetterà a un testo fabbricato in Russia di raggiungere Londra, Parigi e Detroit nel giro di pochi anni. La dottrina viaggia perché il supporto materiale glielo consente, non perché un’organizzazione ne controlli la diffusione. È un punto che vale per la teosofia quanto per i Protocolli, ed è il punto che distingue questo mercato aperto dal monopolio statale che vedremo affermarsi più avanti.
È il terreno di coltura, non ancora la pianta, da cui nasceranno sia l’ariosofia trattata nella sezione IV sia la vicenda di Aleister Crowley che apre la sezione VII.
III. I Protocolli, da Znamya a Ford
Nel 1903 il quotidiano di Pavel Krušëvan, Znamya (il vessillo), pubblica a puntate un testo che si presenta come il verbale segreto di un congresso ebraico mondiale intenzionato a soggiogare le nazioni cristiane attraverso la finanza, la stampa e la sovversione politica. Due anni dopo Sergej Nilus lo ripubblica in forma più ampia come appendice a un’opera di edificazione mistica, dandogli il nome con cui la storia lo conoscerà: i Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Il testo circola per un decennio in ambienti antisemiti russi senza uscire dai confini dell’impero, poi la rivoluzione bolscevica e la guerra civile gli offrono il veicolo che gli mancava e l’emigrazione bianca lo porta con sé in Europa occidentale tra il 1919 e il 1921. Verrà tradotto in inglese nel 1920 con il titolo The Jewish Peril.
È qui che il caso dei Protocolli comincia a diventare, per la nostra serie, un caso di scuola. Nell’agosto del 1921 il giornalista Philip Graves pubblica sul Times di Londra una serie di articoli che dimostrano, testo a fronte, che larga parte dei Protocolli è copiata quasi alla lettera da un pamphlet satirico francese del 1864, il Dialogo agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu di Maurice Joly, scritto contro Napoleone III e privo di qualunque riferimento ebraico. La dimostrazione di Graves è filologicamente definitiva e viene ripresa dalla stampa internazionale, ma non produrrà alcun effetto sulla circolazione del testo.
È il nodo analitico attorno al quale ruota questa sezione. Negli stessi anni in cui Graves smonta il testo riga per riga, Henry Ford finanzia negli Stati Uniti, attraverso il suo giornale Dearborn Independent, una campagna di diffusione dei Protocolli e li presenta come autentici. Ford ritratterà pubblicamente nel 1927, ma la ritrattazione, esattamente come la confutazione di Graves sei anni prima, non arresta le ristampe, che continuano a circolare in traduzione per tutto il decennio successivo, alimentate proprio dal prestigio industriale del suo endorsement iniziale. Alcune di quelle traduzioni raggiungono la Germania già nei primi anni Venti, dove il testo trova un pubblico pronto a recepirlo attraverso il filtro della Dolchstoßlegende ossia la leggenda della coltellata alla schiena di cui parleremo nella sezione seguente. È il canale attraverso cui il materiale qui descritto arriverà, nella seconda parte di questo articolo, dentro l’apparato propagandistico di uno Stato.
Una falsificazione smascherata con metodo filologico ineccepibile continua, dunque, a circolare per vent’anni come se la smentita non fosse mai avvenuta. È la prova più netta che il testo non funzioni come informazione da verificare, ma come premessa retorica che precede e sopravvive a qualunque verifica. La sua struttura, un gruppo occulto che tira le fila della storia attraverso finanza e stampa, è abbastanza generica da poter essere riapplicata a qualunque bersaglio, il che ne moltiplica la vita utile ben oltre la sua smentita filologica.
Il veicolo materiale di questa sopravvivenza merita un dettaglio. Nilus intitola la propria opera Velikoe v malom (il grande nel piccolo) e i Protocolli ne costituiscono solo l’appendice finale. È la cornice apocalittica del testo, non la sua parte cospirativa in senso strettamente politico, a spiegare perché Nilus continui a rimaneggiarlo in edizioni successive fino alla propria morte nel 1929. Dall’emigrazione bianca il testo si dirama in traduzioni francesi, tedesche e polacche quasi simultanee tra il 1920 e il 1921, ciascuna con piccole varianti editoriali che i propagandisti locali adatteranno al proprio contesto nazionale. Non un’unica cospirazione di traduzione coordinata, ma una circolazione carsica che sfrutta ogni rete di emigrazione disponibile.
Sull’origine materiale del testo dobbiamo dichiarare una disputa storiografica ancora aperta. La tesi canonica, formulata da Norman Cohn in Warrant for Genocide (1967), attribuisce la paternità del testo a un’operazione di fabbricazione commissionata dall’Ochrana, la polizia segreta zarista, per mano dello scrittore Matvei Golovinskij sotto la direzione di Pëtr Račkovskij. È la versione più ripetuta nella pubblicistica occidentale. Michael Hagemeister ha messo in discussione la solidità documentaria di questa attribuzione, sostenendo che nessun ordine di Račkovskij sia mai emerso dagli archivi disponibili e che la biografia di Nilus, nella sua ricezione successiva, sia stata ampiamente distorta per esigenze narrative. Non prendiamo posizione tra le due letture. Quello che conta per la nostra lente funzionale non è chi abbia materialmente scritto il testo, ma il fatto che la sua origine fabbricata, chiunque l’abbia fabbricata, non abbia mai intaccato la sua capacità di legittimare ciò che i suoi utilizzatori volevano già credere.
Vale la pena chiudere questa sezione sulla natura stessa della ritrattazione di Ford, perché anticipa un modello che vedremo ripetersi. Ford non ammette mai di aver creduto a un falso. Egli si limita a dichiarare, tramite una lettera aperta del 1927, di essere stato ingannato da collaboratori che avevano abusato del suo nome, e presenta le proprie scuse in privato a un rappresentante della comunità ebraica americana, senza mai ripercorrere pubblicamente, punto per punto, le smentite filologiche già disponibili dal 1921. È una ritrattazione che ripara la reputazione dell’uomo senza intaccare la struttura argomentativa del testo che ha contribuito a diffondere. Infatti, il materiale resta in circolazione, tradotto e ristampato, indipendente ormai dal proprio editore originario.
Il processo civile che nel 1934-35 porterà i Protocolli davanti a un tribunale di Berna, e che rappresenta il tentativo giudiziario più organico di fermarne la circolazione in Europa, appartiene cronologicamente e tematicamente alla seconda parte di questo articolo ed è lì, che il testo incontrerà per la prima volta l’apparato statale nella sua forma matura.
IV. Una domanda di spiegazione totale, 1918-1923
La fine della Prima guerra mondiale lascia la Germania e l’Austria in un vuoto che nessuna categoria politica ordinaria riesce a colmare. Quattro imperi crollano nello spazio di un anno, l’inflazione erode i risparmi di una generazione fino all’iperinflazione del 1923, e la sconfitta militare viene raccontata da settori della destra non come conseguenza di un rapporto di forze, ma come tradimento interno, la Dolchstoßlegende, la leggenda della coltellata alla schiena, che i Protocolli, arrivati proprio in quegli anni via l’emigrazione russa, sembrano confermare con la forza di un documento autentico. È il contesto in cui prospera un genere che la storiografia chiama ariosofia. Un impasto di teosofia, filologia dilettantesca e teoria razziale che promette una spiegazione totale dell’intera traiettoria della storia umana.
Guido von List, giornalista viennese che si autoproclama depositario di un’antica sapienza runica attraverso la propria Armanenschaft, e Jörg Lanz von Liebenfels, ex monaco cistercense che dal 1905 pubblica la rivista Ostara dedicata alla superiorità della razza ariana e al pericolo della sua contaminazione, forniscono il vocabolario. Nicholas Goodrick-Clarke, che resta la fonte di riferimento su tale materiale, insiste su un punto che vale la pena riportare con la sua stessa cautela: l’ariosofia è sintomo di un’ansia culturale diffusa, non causa dell’ideologia che verrà. La circolazione di Ostara resta un fenomeno editoriale di nicchia, letto da un pubblico limitato di appassionati völkisch e il suo effetto diretto sulla formazione politica del nazionalsocialismo è tutt’altro che dimostrato. L’incontro personale tra Lanz e un giovane Hitler del 1909, spesso citato come prova di un’influenza diretta, poggia sull’unica testimonianza dello stesso Lanz, rilasciata dopo la presa del potere nazista, quando affermarla ormai gli conveniva pubblicamente. Non è un fatto verificabile, è un’autopromozione retrospettiva, e la trattiamo come tale.
Un episodio verificabile, e proprio per questo utile, è quello del castello di Werfenstein. Nel dicembre del 1907 Lanz fonda l’Ordo Novi Templi, un ordine mistico con sede in un maniero sul Danubio, e per il giorno di Natale issa sulla torre due bandiere: una con lo stemma di una famiglia nobiliare estinta di cui si dichiara discendente, l’altra con una svastica, allora già simbolo diffuso nell’ambiente völkisch, ma qui viene utilizzata, per la prima volta in maniera documentata, con un significato esplicitamente ariano. L’ordine non supera mai le poche centinaia di iscritti e resta un fenomeno locale fatto di feste solstiziali e gerarchie basate sulla presunta purezza razziale. Un altro caso, come la Thule, che affrontiamo nella sezione successiva, in cui il repertorio simbolico precede di decenni qualunque potere reale che se ne appropri. Sarà lo stesso regime nazista, non un rivale esterno, a farlo sciogliere dalla Gestapo nel 1942, un dettaglio che rimandiamo alla seconda parte di questo articolo perché rientra a pieno titolo nella dinamica di disciplinamento statale dell’occultismo che tratteremo a proposito dell’Ahnenerbe.
Quello che l’ariosofia offre, in modo verificabile, è un repertorio linguistico e simbolico già pronto: rune, gerarchie razziali basate su teorie pseudoscientifiche, un’antichità nordica alternativa a quella greco-romana che dominava la cultura scolastica europea. È un repertorio che circola parallelamente e in larga parte indipendentemente, dalla vicenda dei Protocolli descritta nella sezione precedente. Due falsificazioni distinte, con genealogie distinte, che convergeranno solo più tardi nello stesso apparato statale. Chi raccoglierà per intero questo repertorio, meno di un decennio dopo, non sarà un movimento di massa, ma un piccolo circolo bavarese di studio dell’antichità germanica.
V. Thule: la tipografia e non il santuario
Il caso più utile di questa prima parte, perché smentisce nel modo più diretto la vulgata che vorrebbe una loggia occulta dietro la nascita del nazismo, è quello della Società Thule. Fondata a Monaco nel 1918 da Rudolf von Sebottendorff come Studiengruppe für germanisches Altertum, gruppo di studio per l’antichità germanica, la società si presenta all’esterno come un circolo culturale e organizza al proprio interno anche attività politiche di orientamento controrivoluzionario nella Baviera del dopoguerra.
Anche il fondatore merita una premessa cautelare, perché lui stesso è il primo a inquinare la propria biografia. Una volta nato Adam Alfred Rudolf Glauer, assume il titolo nobiliare di von Sebottendorff attraverso un’adozione da parte di un espatriato tedesco in Turchia dove, secondo il proprio racconto autobiografico, sarebbe stato iniziato a una loggia massonica di rito turco e a pratiche sufi dell’ordine Bektashi. Gli storici che hanno verificato questa ricostruzione, a partire da Goodrick-Clarke, la trattano con lo stesso scetticismo che gli riserviamo qui. Le uniche fonti sono gli scritti semi-autobiografici dello stesso Sebottendorff e quello che lui presenta come una via iniziatica orientale viene in realtà descritto, da uno storico successivo, come un insieme di esercizi numerologici che assomigliano tanto poco al sufismo quanto alla massoneria. È lo stesso meccanismo di autopromozione retrospettiva applicato da Lanz nella sezione precedente, declinato questa volta al fondatore dell’organizzazione che stiamo per esaminare nel merito. Nello stesso 1918 acquista un settimanale locale, il Münchener Beobachter, che nell’agosto del 1919 viene rinominato Völkischer Beobachter e diventerà il principale organo di stampa del nazionalsocialismo. Ma entro il dicembre del 1920 il giornale sarà pesantemente indebitato, e la Thule accetterà di venderlo al partito che, nel frattempo, si sarà formato attorno ad esso.
Il legame organizzativo è tracciabile con precisione anche sul piano personale. Il 5 gennaio 1919 Anton Drexler, che aveva già costruito contatti tra la Thule e diverse organizzazioni operaie di estrema destra a Monaco, fonda insieme al membro Thule Karl Harrer il Deutsche Arbeiterpartei ossia il Partito dei Lavoratori Tedeschi. Hitler si iscrive nel settembre dello stesso anno. Ma già all’inizio del 1920 Harrer viene estromesso dal partito mentre Hitler recide deliberatamente il legame con la Thule. La società privata del suo canale politico e del suo giornale declina rapidamente e si dissolve circa cinque anni dopo, ben prima che il nazismo arrivi al potere nel 1933.
Ciò che passa dalla Thule al nazismo, in termini verificabili, è dunque una rotativa e una rete di contatti personali in una città di provincia nel caos del primo dopoguerra e non una dottrina né un rito di trasmissione o una gerarchia iniziatica. Le liste di adesione documentano la presenza di Rudolf Hess e Hans Frank tra i membri, ma non esiste alcuna prova contemporanea che Hitler stesso abbia mai partecipato a una riunione della società. Il diario di un membro dell’epoca, Johannes Hering, non lo ha mai menzionato come presente. Quando Sebottendorff, rientrato in Germania nel 1933 nel tentativo di rilanciare l’organizzazione ormai disciolta, pubblica un libro dal titolo Bevor Hitler kam, prima che venisse Hitler, in cui rivendica per la Thule il merito di aver preparato la strada al Führer, le stesse autorità naziste rifiutano la ricostruzione e ne dispongono la messa al bando. Lo Stato, che si presenta come erede della tradizione völkisch, non ha alcun interesse a concedere la propria legittimità a una loggia che, per quanto minore, non controlla più.
Vale la pena essere espliciti anche su cosa non compare in questo racconto documentario. Una cosiddetta Società Vril, che secondo la tradizione diffusa nel dopoguerra sarebbe stata un circolo segreto legato alla Thule e dedito allo studio di un’energia occulta capace di alimentare velivoli nazisti, non ha alcun riscontro in nessun archivio né elenco di iscritti o corrispondenza dell’epoca. La sua prima attestazione, infatti, risale a opere di narrativa e pseudostoria pubblicate solo decenni dopo la guerra e non a documenti del periodo 1918-1925 che stiamo esponendo qui. La differenza tra il caso Thule, ricostruibile riga per riga attraverso bilanci societari e liste di iscrizione e il caso Vril, che non lascia alcuna traccia verificabile nello stesso arco di tempo, è la differenza tra storia e mitologia postuma ed è un metro di paragone che riproporremo più volte, anche nella seconda parte di questo articolo.
VI. D’Annunzio e la liturgia della patria
Prima ancora che il fascismo istituzionalizzasse la propria liturgia di massa, un’anticipazione del genere si giocò a Fiume. Tra il 1919 e il 1920 Gabriele D’Annunzio occupa la città con un gruppo di legionari, la governa per sedici mesi come una repubblica autonoma dotata di una propria costituzione, la Carta del Carnaro e di un proprio repertorio rituale: adunate, giuramenti, linguaggio solenne costruito attorno al sacrificio di guerra e alla comunione cameratesca. Lo storico Emilio Gentile ha proposto per questo fenomeno e per il fascismo che ne erediterà larga parte del vocabolario, la categoria di sacralizzazione della politica. Una religione civile laica che sostituisce il trascendente cristiano con la patria, il capo e la comunità nazionale, dotata di calendario proprio, di martiri e spazi sacri.
La religione civile di D’Annunzio e poi del fascismo, non presuppone gradi, segreti o trasmissione riservata a pochi. È pubblica per costruzione, cerca la massa e non la selezione. Ma la logica di fondo, l’appropriazione statale o parastatale di un repertorio simbolico per costruire coesione attorno a un capo, è la stessa che ritroveremo applicata al linguaggio esoterico in senso stretto nella sezione seguente.
La trasmissione tecnica e non solo ideale, da Fiume al fascismo è tracciabile nei suoi elementi concreti. Lo storico Michael Ledeen l’ha documentata nel dettaglio. Il discorso dal balcone, il saluto romano, il dialogo a chiamata e risposta con la folla, come il celebre “a chi l’Italia? A noi” e il grido “eja eja alalà” coniato dallo stesso D’Annunzio, passano da Fiume al repertorio pubblico di Mussolini quasi senza modifiche, mentre tre anni dopo la fine dell’occupazione i reparti fascisti marciano su Roma intonando gli stessi canti imparati sotto il comando dannunziano. Non è influenza culturale generica, ma trasferimento di un vocabolario performativo specifico, verificabile riga per riga nelle fonti dell’epoca, dalla piazza di una città occupata alla piazza di uno Stato.
VII. Italia: lo Stato requisisce il registro iniziatico
Nell’aprile del 1923 la polizia italiana espelle dal Regno un cittadino britannico, Aleister Crowley, che dal 1920 viveva in una villa vicino a Cefalù insieme a un piccolo gruppo di seguaci, praticando quello che lui stesso chiamava il culto di Thelema nell’Abbazia di Thélema. Il fascicolo di polizia, conservato nell’Archivio Centrale dello Stato e studiato dallo storico Marco Pasi, motiva l’espulsione con un linguaggio di ordine pubblico e non di dottrina. Crowley, si legge nel documento, viene espulso essendosi accertato che nella sua villa si svolgevano riti basati su pratiche di oscenità e pervertimento sessuale. La causa immediata è la morte per febbre tifoide di un discepolo, Raoul Loveday, nel febbraio 1923 e la campagna scandalistica innescata dal racconto della vedova sulla stampa britannica. Le voci, circolate più tardi, di una presunta attività antifascista dell’abbazia risalgono al 1927, quindi anni dopo l’espulsione e furono, per altro, giudicate insussistenti già dalle stesse autorità dell’epoca. I documenti relativi all’ordinanza di espulsione, va detto per completezza, non sono ancora emersi integralmente negli archivi consultabili.
Il motivo per cui questo episodio conta non è la repressione dell’occultismo in quanto tale è il contrario. Nello stesso periodo in cui Crowley viene messo alla frontiera con gli strumenti ordinari di polizia, Arturo Reghini pubblica indisturbato su riviste romane. Il regime non colpisce l’occulto perché in quanto tale, colpisce invece uno straniero scandaloso con gli strumenti dell’ordine pubblico. Il vero atto di monopolio arriverà due anni dopo e non riguarderà un solo individuo, ma un’organizzazione con capitale relazionale proprio, costruito attraverso un procedimento legislativo tracciabile con precisione. Infatti, la Camera approverà il 19 maggio 1925, con 289 voti contro 4, la legge sulla disciplina delle associazioni. Un testo che non nomina mai esplicitamente la massoneria, ma che l’intero dibattito parlamentare, aperto da un intervento infuocato di Gioacchino Volpe contro la Libera Muratoria, lascia intendere sia rivolto proprio ad essa. Il Senato la approva il 20 novembre e due giorni dopo, il 22 novembre 1925, il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Domizio Torrigiani, firma di propria mano il decreto che scioglie tutte le logge del Regno, in una mossa cautelativa pensata per sottrarre gli affiliati a conseguenze peggiori. Il Grande Oriente come istituzione sopravvive, ricostituendosi in esilio a Parigi nel 1930, ma Torrigiani stesso viene arrestato nel 1927 e condannato a cinque anni di confino, prima a Lipari poi a Ponza, dove nel 1931 fonda comunque una nuova loggia clandestina intitolata a Carlo Pisacane. Morirà nel 1932, ancora formalmente in carica e senza aver mai lasciato l’Italia in libertà.
È in questo spazio compresso che si muove Arturo Reghini, matematico e filosofo fiorentino, affiliato alla massoneria dal 1902 e fondatore, nel 1905 a Firenze, della Loggia Lucifero, esponente di un pitagorismo massonico che considerava la massoneria stessa come il residuo deviato di un’antica tradizione ermetico-pitagorica precristiana. Reghini fonda le riviste Atanòr (1924) e Ignis (1925), e nel 1927, dopo lo scioglimento delle logge, fonda con Julius Evola e Giulio Parise il Gruppo di Ur e la rivista omonima, un tentativo di tenere in vita un lavoro operativo di scuola esoterica sotto forma editoriale quando la forma organizzativa non è più permessa. La rivista dura due anni, 1927 e 1928, con Evola nella posizione di direttore formale e Reghini e Parise come curatori. La collaborazione si rompe a fine 1928. Evola accusò Reghini e Parise di voler riportare la rivista sotto il controllo diretto della massoneria del Grande Oriente, ormai in esilio; Reghini accusò Evola di plagio e diffamazione. Fu così che nel gennaio 1929 Evola proseguì da solo con una nuova rivista, KRUR. Alcune ricostruzioni, non tutte appoggiate a fonti primarie, riferiscono che il Gruppo di Ur avesse tentato in quegli stessi anni di orientare culturalmente Mussolini verso posizioni pagane e tradizionaliste, nel tentativo di costruire uno Stato dichiaratamente romano. Un progetto che, se davvero perseguito nei termini in cui viene raccontato, naufragherà comunque con la firma del Concordato del 1929, quando il regime scioglie ogni ambiguità a favore della Chiesa cattolica.
Un ultimo dettaglio chiude il cerchio simbolico di questa sezione. Il nome stesso con cui il movimento di Mussolini si presenta fin dal 1919, i fasci di combattimento, prende in prestito il fascio littorio, l’insegna del potere magistratuale nell’antica Roma. Un prestito immediato, quasi automatico, che nella seconda parte di questo articolo diventerà programma imperiale strutturato, quando il regime consolidato investirà risorse istituzionali nella romanità come narrazione di Stato, in un controcanto diretto alla mitologia nordica che nel frattempo si andava sviluppando in Germania.
VIII. Guénon e la diagnosi precoce
Nel 1927, lo stesso anno in cui a Roma nasce la rivista del Gruppo di Ur, René Guénon pubblica a Parigi “La crise du monde moderne”, la crisi del mondo moderno, una diagnosi radicale secondo cui la civiltà occidentale avrebbe smarrito il rapporto con un ordine metafisico tradizionale, sostituendolo con il culto della quantità, della velocità e del progresso materiale. È un testo che non propone alcuna azione politica concreta, non si rivolge a un partito né a un movimento di massa e resta per tutti gli anni Venti un fenomeno di nicchia intellettuale, letto da un pubblico ristretto di specialisti e curiosi dell’esoterismo comparato.
Guénon aveva già un canale italiano, ed è un canale che chiude il cerchio con la sezione precedente: Arturo Reghini. Egli fu in contatto diretto con lui, ne condivise il rifiuto delle teorie della reincarnazione e tradusse per primo in italiano Il Re del Mondo. Un dettaglio che vale la pena mettere in luce è che questo tipo di legami personali, come un canale di traduzione e amicizia intellettuale, non rappresentano, di per sé, un’influenza politica misurabile.
Guénon stesso, nel 1930, lascia definitivamente Parigi per il Cairo, dove abbraccia il sufismo della confraternita Shadhiliyya e assume il nome di Abdel Wahed Yahya, vivendo in condizioni di sostanziale anonimato in un quartiere popolare fino alla morte nel 1951. È un gesto che va letto insieme alla sua diagnosi del 1927, non in contraddizione con essa. Mentre l’Europa, che egli aveva appena diagnosticato come civiltà in crisi, si avvia verso il decennio dei totalitarismi, l’uomo che quella crisi l’ha descritta con più radicalità si ritira fuori dal continente, rinunciando esplicitamente a qualunque ruolo pubblico europeo. Una conferma pratica della sua stessa tesi. Se l’Occidente ha smarrito il rapporto con l’ordine tradizionale, non c’è azione politica europea che possa restaurarlo dall’interno.
Julius Evola, già incontrato nella sezione precedente come direttore del Gruppo di Ur nel 1927, non avrà alcuna influenza sul potere reale e rimarrà un intellettuale isolato tra altri intellettuali isolati. Il peso che avrà, insieme a Guénon, sulla cultura di destra del secondo dopoguerra, sarà molto più consistente di quello esercitato nel suo stesso tempo, ma avremo modo di parlarne nei prossimi capitoli.
IX. Bilancio e ponte alla parte seconda
Il bilancio di questi trentatré anni racconta una genesi dispersa. Un mercato dell’occulto che produce sette, scissioni e culti della personalità prima ancora che la politica se ne accorgesse. Il documento fabbricato che sopravvive alla propria confutazione filologica perché serve una funzione retorica indipendentemente dalla sua veridicità. Un piccolo circolo bavarese che passa alla storia non per una dottrina, ma per un giornale indebitato. Il “Poeta” che inventa a Fiume una liturgia laica prima che il regime fascista la istituzionalizzi e lo Stato italiano che impara a distinguere, nello stesso biennio, tra uno straniero scandaloso da espellere con gli strumenti ordinari di polizia e l’organizzazione strutturata da sciogliere con la forza della legge. Infine, un metafisico francese che diagnostica il declino dell’Occidente senza alcun potere di intervento su di esso.
Nessuno di questi attori, nel 1933, controlla lo Stato. È questo il punto da tenere fermo prima di voltar pagina. Il repertorio simbolico che il nazionalsocialismo e il fascismo consolidato useranno poi è quasi interamente disponibile già entro la fine degli anni Venti, prodotto da circoli marginali, editori indebitati e intellettuali isolati che competono tra loro più che cooperare.
Nella seconda parte di questa ricerca i fili si annodano. Il processo di Berna porterà i Protocolli per la prima volta davanti a un tribunale statale. La nascita dell’Ahnenerbe nel 1935 mostrerà che lo stesso apparato che genera un falso dovrà poi disciplinarlo per poter salvare una parvenza di credibilità scientifica. Il tutto in uno schema che rispecchia da vicino quanto già visto fin qui con la Thule. Le SS costruiranno uno pseudo-ordine gerarchico attorno a Wewelsburg. La romanità imperiale mussoliniana, appena accennata in questo articolo come prestito simbolico, diventerà programma di Stato con le grandi mostre del bimillenario. Le leggi antimassoniche varcheranno i confini tedeschi e italiani per diventare strumento amministrativo nell’Europa occupata. E i Protocolli? Il documento smascherato nel 1921 di cui abbiamo trattato nella III sezione? Diventeranno la premessa retorica dello sterminio. È il punto in cui il registro analitico che ho cercato di preservarvi strenuamente per undici articoli non potrà permettersi la minima deriva.
Fonti
Monica Black, Eric Kurlander (a cura di), Revisiting the “Nazi Occult”: Histories, Realities, Legacies, Camden House, 2015
Order of the Star in the East, voce Wikipedia
The Protocols of the Elders of Zion, voce Wikipedia
Norman Cohn, Warrant for Genocide, Eyre & Spottiswoode, 1967
Michael Hagemeister, The Perennial Conspiracy Theory: Reflections on the History of The Protocols of the Elders of Zion, Routledge, 2022
Nicholas Goodrick-Clarke, The Occult Roots of Nazism, I.B. Tauris, 1985
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Rudolf von Sebottendorf, voce Wikipedia
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